Il rapporto estone e l’allarme di Rasmussen: due piani temporali nella valutazione della minaccia russa.

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’intelligence di Tallinn, il cui apparato di sicurezza vanta una consuetudine operativa nel monitoraggio del Cremlino che pochi altri alleati possono vantare, ha consegnato ieri al governo e successivamente reso pubblico il consueto rapporto annuale; la fotografia scattata dagli analisti del Välisluureamet dipinge una situazione che, sul breve periodo, appare sotto controllo -1-4. La Russia, si legge nelle pagine del documento, non ha alcuna intenzione di sferrare un attacco convenzionale contro l’Estonia — né, per estensione, contro alcun altro paese firmatario dell’articolo 5 — nell’arco temporale che copre il 2026 e si estende fino al 2027 -4-10. Kaupo Rosin, il capo del servizio, ha motivato questa relativa tregua non con un improvviso spirito pacifista del presidente Putin, bensì con un calcolo razionale: Mosca ha preso atto, evidentemente con un certo nervosismo, della rapidità con cui l’Europa sta riconvertendo le proprie industrie e i propri bilanci, e ha concluso che qualsiasi azione diretta contro la linea rossa dell’Alleanza Atlantica, in questo preciso momento storico, comporterebbe costi inaccettabili -4-7-10.

Tuttavia — ed è questo il paradosso che emerge con forza dalle centinaia di pagine dell’assessment estone — la finestra di opportunità che l’Occidente si è guadagnato, imponendo al Cremlino una pausa di riflessione forzata, non deve essere scambiata per una pacificazione strutturale. La stessa agenzia che esclude un’invasione nel biennio 2026-2027 documenta, con dovizia di cifre, una mobilitazione industriale senza precedenti dalla fine dell’Unione Sovietica: la produzione di munizioni di artiglieria è aumentata di diciassette volte rispetto al 2021, toccando i sette milioni di colpi l’anno tra proietti di vario calibro e razzi, un quantitativo che consente a Mosca di alimentare contemporaneamente la logorante offensiva in Ucraina e di ricostituire quelle scorte strategiche che erano state drammaticamente erose nei primi mesi della guerra totale -1-7. Né si tratta solo di quantità: l’apparato bellico russo, come sottolineano i tecnici baltici, sta inrando i droni in ogni dominio e in ogni livello tattico, creando unità navali di superficie senza pilota e integrando sistemi unmanned nelle flotte del Baltico e del Caspio, un salto qualitativo che prefigura un avversario capace di saturare il campo di battaglia con sciami di velivoli autonomi -1.

A scompaginare la lettura, per certi versi rassicurante, che arriva dagli uffici di Tallinn, interviene però la voce di Anders Fogh Rasmussen. L’ex primo ministro danese, che dell’Alleanza è stato segretario generale tra il 2009 e il 2014 e che oggi osserva la scena dalla prospettiva di un senior non più vincolato alla prudenza diplomatica, ha utilizzato un’intervista concessa al gruppo Lena durante una missione nella capitale statunitense per lanciare un avvertimento che opera su una scala temporale differente -6. Se l’Estonia guarda ai prossimi dodici, ventiquattro mesi, Rasmussen sposta l’asticella più avanti, alla fine del decennio, e il suo non è un grido d’allarme generico: l’ex segretario invita i governi europei a considerare lo stato attuale come una «emergenza per la sicurezza» vera e propria, tale da richiedere la messa delle economie civili «sul piede di guerra» -6. L’appello, che nelle sue parole assume i toni quasi dell’ordine secco, contiene un passaggio destinato a far discutere — la richiesta che le fabbriche automobilistiche vengano riconvertite alla produzione di mezzi corazzati — ma il nocciolo politico risiede altrove, nella connessione che Rasmussen stabilisce tra il riarmo russo e la necessità per l’Europa di conquistare un’«autonomia da Washington» -6.

Il momento scelto per questa dichiarazione non è casuale, e si inserisce in una crisi di fiducia transatlantica che il dossier groenlandese ha fatto deflagrare con violenza inaspettata. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e forte di una visione della politica internazionale che considera i trattati multilaterali alla stregua di accordi commerciali revocabili, non ha mai fatto mistero di considerare la Groenlandia un’acquisizione necessaria, e le minacce di dazi commerciali contro otto nazioni europee, tra cui la stessa Danimarca, hanno materializzato uno scenario fino a ieri inimmaginabile: un membro del Patto Atlantico che ne minaccia un altro con ritorsioni tariffarie legate all’acquisto coatto di un territorio sovrano -3-6. Rasmus Jarlov, presidente della commissione difesa nel parlamento danese, è stato persino più esplicito, affermando senza mezzi termini che la Nato, nella forma conosciuta fino al 2025, non sopravviverà al secondo mandato di Trump e che Copenaghen, di fatto, sa di non poter più contare sulla garanzia dell’articolo 5 se l’aggressore dovesse provenire da oltre Atlantico -3.

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