Alzheimer: un nuovo strumento per calcolare il rischio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
L’Alzheimer, una delle patologie neurodegenerative più insidiose e complesse, comincia a danneggiare il cervello molto prima che i sintomi clinici diventino evidenti. Questo ritardo nella diagnosi, che spesso arriva quando la malattia ha già compromesso memoria e funzioni cognitive, rappresenta una delle principali sfide nella lotta contro questa forma di demenza. Tuttavia, una nuova speranza emerge dai risultati del progetto Interceptor, avviato nel 2016 e concluso poco più di un anno fa, che ha portato alla creazione di un “nomogramma” in grado di calcolare il rischio di sviluppare la malattia.
Il nomogramma, uno strumento utilizzabile anche dai medici di famiglia, si basa su un mix di test neuropsicologici e biomarcatori, otto per l’esattezza, che permettono di individuare i pazienti a rischio tra coloro che presentano un disturbo cognitivo lieve. Tra questi biomarcatori figurano analisi del liquor cerebrospinale (con misurazioni di p-tau e A1-42/p-tau), test genetici come l’ApoE4, elettroencefalogrammi per valutare la connettività cerebrale, risonanze magnetiche volumetriche e la tomografia a emissione di positroni (18 F) FDG-PET.
L’accumulo anomalo di proteina amiloide nel cervello, considerato una delle cause principali dell’Alzheimer, è al centro della ricerca. Sebbene le origini precise della malattia rimangano ancora poco chiare, l’attenzione si è concentrata su come contrastare questo fenomeno. Lo studio Interceptor è nato proprio in risposta alla possibile approvazione, da parte della Food and Drug Administration (FDA), del primo farmaco mirato a ridurre l’accumulo di amiloide.
La combinazione dei biomarcatori, insieme ai test neuropsicologici, offre una possibilità concreta di individuare precocemente i soggetti a rischio, permettendo di intervenire prima che la malattia progredisca irreversibilmente. Questo approccio potrebbe aprire la strada a trattamenti più efficaci, capaci di agire sui meccanismi biologici alla base dell’Alzheimer, piuttosto che limitarsi a contrastarne i sintomi.
La ricerca, che ha coinvolto migliaia di pazienti, rappresenta un passo avanti significativo nella comprensione della malattia. Tuttavia, rimane ancora molto da fare. L’obiettivo è quello di affinare ulteriormente gli strumenti diagnostici e di sviluppare terapie in grado di rallentare o addirittura fermare il decorso della patologia.




