Morte di Abderrahim Fakir a Bologna, la Procura indaga per omicidio colposo. Il video della bodycam privata e le ipotesi sull'asfissia posizionale
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Redazione Interno
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La morte del 42enne Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento di polizia nel quartiere bolognese del Pilastro, ha aperto un'inchiesta della Procura che si concentra sulla possibile asfissia posizionale come causa del decesso. Il fascicolo, coordinato dal procuratore Paolo Guido e dal pm Domenico Ambrosino, è stato aperto con l'iscrizione nel registro modello 45 bis, lo scudo penale che tutela gli operatori in presenza di possibili cause di giustificazione.
Le indagini, affidate alla Squadra Mobile, mirano a ricostruire minuziosamente la sequenza di eventi che ha portato alla tragedia, esaminando le comunicazioni radio tra la sala operativa della Questura e le volanti, le telefonate dei residenti che hanno segnalato l'uomo in escandescenze, e i contatti con la centrale operativa del 118. Gli inquirenti stanno inoltre analizzando i filmati girati dai residenti e le registrazioni delle bodycam indossate dagli agenti, elementi che potrebbero rivelarsi cruciali per chiarire le responsabilità.
La dinamica dell'intervento e il video choc
Secondo le prime ricostruzioni, l'intervento della polizia è scattato dopo che alcuni residenti di via Svevo avevano segnalato un uomo in stato di agitazione che stava danneggiando le serrande di alcuni garage e aveva aggredito verbalmente e fisicamente il conducente di un'auto. All'arrivo della volante, il 42enne avrebbe danneggiato il mezzo di servizio, spingendo gli agenti a utilizzare lo spray al peperoncino per tentare di bloccarlo.
Le immagini diffuse dai media e acquisite dalla Procura mostrano un momento drammatico: Fakir, a terra prono, viene immobilizzato da due poliziotti che gli siedono sopra, mentre un terzo uomo, un civile, blocca le sue gambe. L'uomo, che secondo alcune testimonianze soffriva di problemi cardiaci e asma, urla "aiuto, aiuto, basta" e chiede di smettere. Dopo circa due minuti, Fakir smette di dibattersi; gli agenti gli legano allora polsi e caviglie con fascette, e solo quando uno di loro si accorge che non si muove più, inizia a schiaffeggiarlo per tentare di rianimarlo.
Il video documenta anche la presenza dei soccorritori della Croce Rossa, che iniziano le manovre di rianimazione quando ormai l'uomo è incosciente.
Il dibattito sulla bodycam e le indagini
Un elemento di particolare interesse emerso dall'inchiesta è l'utilizzo di una bodycam privata da parte di uno degli agenti coinvolti, il 23enne autista della volante. L'agente, difeso dall'avvocato Gabriele Bordoni, ha dichiarato di aver azionato la telecamerina personale per tutelarsi e garantire trasparenza, aggiungendo di non essere il solo tra i colleghi a dotarsi di questi dispositivi.
La sua testimonianza riaccende il dibattito sull'uso delle bodycam come strumento di garanzia per gli operatori di polizia e i cittadini, una battaglia che il Sindacato Autonomo di Polizia porta avanti da anni per rendere i servizi più trasparenti e contrastare le strumentalizzazioni. La Procura ha già acquisito i filmati delle bodycam ufficiali degli agenti e il video del dispositivo privato, che si aggiungono alle registrazioni dei residenti e ai tabulati telefonici.
L'obiettivo è verificare la corretta gestione dell'intervento e la tempestività dei soccorsi, elementi su cui si concentrerà l'autopsia disposta per accertare le cause del decesso e l'eventuale incidenza della contenzione in posizione prona.
Il profilo della vittima e le reazioni politiche
Mentre la magistratura procede con gli accertamenti, emergono dettagli sulla vita di Abderrahim Fakir, descritto dalla sua avvocata Barbara Spinelli come un lavoratore gentile, rispettoso e rammaricato per aver dovuto licenziare alcuni dipendenti. Spinelli ha respinto le critiche sui precedenti giudiziari dell'uomo, sottolineando che si trattava di reati commessi e scontati 14 anni fa, e ha invitato a concentrarsi sul fatto che un uomo è morto mentre si trovava nelle mani dello Stato.
La tragedia ha acceso un acceso scontro politico, con la premier Giorgia Meloni che ha chiesto di accertare le responsabilità con rigore ma ha duramente condannato le violenze che hanno seguito il presidio in memoria di Fakir, in cui sono rimasti feriti 64 agenti. Dall'altro lato, il sindaco di Bologna Matteo Lepore, che aveva promosso la manifestazione per chiedere verità, è stato difeso dal Partito Democratico, sebbene all'interno del partito siano emerse perplessità sulla scelta di convocare il presidio in un clima già teso.
L'asfissia posizionale, un rischio nei protocolli di contenzione
Il caso di Abderrahim Fakir richiama alla memoria altre tragiche vicende, come quella di George Floyd negli Stati Uniti, e riporta sotto i riflettori il concetto di asfissia posizionale. Si tratta di una condizione che si verifica quando una persona, immobilizzata in una posizione che compromette la respirazione (soprattutto in posizione prona), va incontro a un'ipossia fatale.
Questo rischio è particolarmente elevato in presenza di fattori quali l'agitazione psicomotoria, l'uso di sostanze o condizioni fisiche preesistenti, e può manifestarsi anche in assenza di una forza eccessiva da parte degli operatori.
La formazione specifica delle forze dell'ordine sull'uso proporzionato della forza e la revisione delle tecniche di contenimento che possono provocare asfissia posizionale sono diventate richieste centrali per alcune forze politiche e associazioni, che chiedono che da questa vicenda si possa avviare un dibattito serio per evitare che simili tragedie si ripetano.
L'esito dell'autopsia e le indagini della Procura di Bologna saranno determinanti per chiarire il ruolo che questa specifica dinamica ha avuto nella morte di Fakir e per stabilire eventuali responsabilità penali.
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