La bomba a don Patriciello e i depistaggi camorristici: il racconto dei pentiti sulla guerra tra clan

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Adesso comandiamo noi, se non paghi ti uccido». La frase, secca e priva di qualsivoglia mediazione lessicale, restituisce il clima di terrore che si respirava ad Arzano e nei comuni limitrofi, dove la violenza fisica e verbale non era solo un mezzo, ma una vera e propria grammatica criminale. I destinatari di questi messaggi erano commercianti, imprenditori e cittadini, costretti a subire la pressione di un’organizzazione che faceva della prevaricazione il proprio manifesto.

Ed era proprio in questo contesto, fatto di minacce e sopraffazioni, che si muovevano le 17 persone finite in manette con l’accusa, a vario titolo, di far parte del sodalizio ribattezzato come “clan della 167 di Arzano”, un gruppo che vantava legami storici con la camorra di Secondigliano e che per anni ha condizionato il tessuto economico e sociale dell’area nord di Napoli.

La strategia della tensione in salsa camorristica

Uno degli aspetti più inquietanti emersi dall’inchiesta, condotta dalla Dda e dai carabinieri, riguarda l’uso di attentati eclatanti – quelli che solitamente finiscono sui titoli dei giornali – non necessariamente per colpire il nemico diretto, ma per deviare il pressing delle forze dell’ordine. In questo quadro si inserisce l’attentato contro padre Maurizio Patriciello, il parroco simbolo della lotta alla criminalità nel Parco Verde di Caivano.

Nella notte del 12 marzo 2022, un ordigno fu fatto esplodere davanti al cancello della sua chiesa, dedicata a San Paolo Apostolo; un gesto plateale che, nelle intenzioni dei suoi mandanti, doveva servire a gettare benzina sul fuoco della guerra tra fazioni rivali. Le indagini hanno infatti rivelato che l’obiettivo, lungi dall’essere solo l’intimidazione del sacerdote, era quello di far ricadere i sospetti sul clan Ciccarelli, egemone a Caivano e schierato con la fazione opposta a quella che aveva confezionato l’ordigno.

La pista dei pentiti e il mercato dei “fedelissimi”

A gettare luce su questi retroscena, spesso più oscuri delle dinamiche di piazza, sono state le parole di chi quella guerra l’ha vissuta dall’interno e oggi, dietro le sbarre o in programmi di protezione, ha deciso di rompere il silenzio. Pietro e Pasquale Cristiano, rispettivamente fondatore ed ex ras del clan della 167, oggi collaboratori di giustizia, hanno ricostruito ai magistrati il puzzle di alleanze e tradimenti che attraversano il triangolo criminale composto da Arzano, Melito e Caivano.

Pasquale Cristiano, in particolare, ha raccontato ai pm il retroscena dell’attentato al parroco: «La bomba a Don Patriciello fu un’iniziativa dei Monfregolo per far ricadere la colpa sui Ciccarelli di Caivano, che si erano schierati con il mio gruppo». Secondo la sua versione, i Monfregolo volevano colpire lui, creando confusione e problemi sul territorio di Caivano, dopo che un incontro volto a trovare un’alleanza era miseramente fallito.

Non solo bombe, però. Le carte dell’inchiesta rivelano un sistema criminale capillare, dove persino la fedeltà degli uomini – quelli che in gergo vengono definiti i “fedelissimi” – veniva comprata e venduta come in una sessione di calciomercato. «Hanno dato 15 mila euro a Davide, comprandolo come se fosse un calciatore», ha riferito Pasquale Cristiano parlando di una telefonata intercettata tra i sodali.

Questa logica mercantile, che riduce i rapporti umani a semplici transazioni economiche, spiega la fluidità e al contempo la ferocia degli equilibri interni al clan: si passa da una fazione all’altra per denaro, si tradisce per opportunismo e si minaccia per acquisire quote di potere sul territorio.

Simboli sotto attacco: la guerra parallela dei manifesti funebri

Nell’ingranaggio perverso di questa strategia della tensione, non vennero risparmiati neppure altri simboli dello Stato, figure che per la loro rettitudine rappresentavano un ostacolo insormontabile per la gestione degli affari illeciti. Tra gli episodi contestati – o comunque emersi nel contesto delle dichiarazioni dei pentiti – spiccano le intimidazioni ai danni del comandante della polizia municipale di Arzano, Biagio Chiariello.

In quel caso, furono affissi manifesti funebri con il volto del pubblico ufficiale, un’azione brutale studiata per minare il morale di chi quotidianamente contrasta l’abusivismo e l’occupazione illegale di suolo pubblico. Lo stesso Pietro Cristiano, nel suo racconto agli inquirenti, ha ammesso una verità agghiacciante: l’intimidazione non era fine a se stessa né mirata esclusivamente a spaventare l’ufficiale, ma serviva a far ricadere la responsabilità sui Monfregolo, considerati ostili al dirigente.

Se il comandante avesse reagito in modo duro, le forze dell’ordine avrebbero concentrato i controlli proprio sul territorio gestito dai rivali, alleggerendo la pressione sulle proprie attività illecite.

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