Bank of Japan alza i tassi all'1%, livello che non si vedeva dal 1995, e apre a nuovi aumenti
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Redazione Economia
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Non era presente il governatore Kazuo Ueda, per un'infezione a una cisti epatica che ne ha determinato il ricovero ospedaliero, eppure la riunione di politica monetaria della Bank of Japan tenutasi martedì ha comunque segnato uno spartiacque per l'economia del Paese: con un voto di 7 a 1, l'istituto centrale nipponico ha infatti aumentato il tasso di riferimento di un quarto di punto percentuale, portandolo all'1%, una soglia che non veniva toccata da trent'anni, esattamente dal 1995, quando il Giappone si trovava in una fase economica profondamente diversa e la banca centrale tagliò il tasso di sconto a un record dell'1% per contrastare un'eccessiva forza dello yen. L'ultima volta che si era registrato un livello analogo, insomma, la storia monetaria del Sol Levante era agli antipodi rispetto a quella odierna, e questa decisione, ampiamente preventivata dagli analisti e scontata dai mercati, rappresenta un ulteriore, deciso passo nel lungo e graduale percorso di normalizzazione della politica monetaria intrapreso dalla banca centrale giapponese ormai da diversi anni.
A sostituire Ueda, che ha comunque fornito il suo parere per iscritto senza partecipare al voto, è stato il vice-governatore Shinichi Uchida, figura di spicco e artefice del moderno quadro di politica monetaria, il quale ha presieduto la riunione e terrà la consueta conferenza stampa per illustrare i dettagli della decisione.
La mossa, che ha visto il voto contrario del solo membro del board Toichiro Asada, preoccupato che i rischi al ribasso per l'economia fossero ancora superiori a quelli inflazionistici, si inserisce in un contesto di crescenti pressioni sui prezzi, alimentate in larga parte dal rincaro del petrolio dovuto al conflitto in Medio Oriente, e da uno yen che, nonostante i recenti interventi, continua a mantenersi debole, oscillando attorno alla soglia critica di 160 yen per dollaro, alimentando così le scommesse ribassiste da parte degli investitori, che hanno toccato i massimi da nove anni.
Un rialzo per prevenire emergenze, con una guidance che non delude ma nemmeno infiamma
Il contesto macroeconomico, insomma, rendeva pressoché obbligato un intervento, per evitare che la banca centrale si trovasse in futuro costretta a ricorrere a mosse di natura emergenziale, che gli operatori difficilmente avrebbero gradito: il rischio di un significativo rallentamento dell'economia, ha fatto sapere Uchida, appare infatti ora diminuito, inferiore rispetto al pericolo di un'inflazione fuori controllo, anche considerando le ripercussioni sul costo delle materie prime e l'impatto di una valuta debole su un Paese fortemente dipendente dalle importazioni.
La decisione di alzare i tassi è stata accompagnata dall'indicazione, altrettanto importante, che la Bank of Japan, a partire da aprile 2027, manterrà costante il ritmo di acquisto di obbligazioni, fermandolo a un volume mensile di circa 2 trilioni di yen, l'equivalente di 12,5 miliardi di dollari, interrompendo di fatto il percorso di riduzione degli acquisti che era stato intrapreso in precedenza.
Proprio la guidance, ovvero le indicazioni sul percorso futuro, è stata la parte più attesa e scrutinata della riunione, con i mercati che cercavano di capire se questo rialzo fosse il preludio a un ciclo restrittivo più aggressivo o semplicemente un aggiustamento calibrato: la dichiarazione secondo cui la banca centrale continuerà ad aumentare il tasso di riferimento in risposta all'evoluzione dell'economia e dei prezzi, eliminando però il riferimento al fatto che i costi di finanziamento sono significativamente bassi, è stata interpretata come un segnale di una possibile, ulteriore stretta, anche se la reazione dei mercati è stata relativamente contenuta, con lo yen che si è mantenuto stabile e il Nikkei che ha addirittura chiuso in rialzo, riuscendo a toccare per la prima volta in seduta la soglia dei 70.000 punti, in una giornata di euforia per le borse asiatiche, sostenute anche dall'accordo di pace preliminare tra Stati Uniti e Iran.
La fine di un'era: dal denaro quasi gratuito alla normalizzazione
La mossa della Bank of Japan, che arriva dopo che la banca centrale europea ha alzato i tassi la scorsa settimana e mentre la Federal Reserve si appresta a riunirsi, sancisce simbolicamente la fine di un'era durata decenni, quella del denaro quasi gratuito e delle politiche monetarie ultra-espansive, che per trent'anni hanno reso il Giappone l'emblema di ciò che un'economia moderna temeva di diventare: crescita lenta, prezzi stagnanti e tassi prossimi allo zero.
All'opposto, la Cina sembrava rappresentare il contraltare, con la sua corsa inarrestabile alla produzione e ai consumi, ma ora quel vecchio mondo sta cambiando e Tokyo, con questa decisione, si pone all'avanguardia in un processo di normalizzazione che la vede tornare, per la prima volta dopo oltre tre decenni, a giocare la partita della politica monetaria su un terreno che non sia quello dell'emergenza perpetua.
L'inflazione e il petrolio al centro delle preoccupazioni della BoJ
Il rincaro delle materie prime, e del petrolio in particolare, rappresenta il principale fattore che ha spinto la banca centrale a intervenire, con l'istituto che ha espresso il timore che il trasferimento dei prezzi, dalle transazioni business-to-business fino a quelle al consumo, possa procedere in modo rapido e diffuso, spingendo l'inflazione core al di sopra dell'obiettivo del 2%, uno scenario che, combinato con l'aumento delle aspettative inflazionistiche a medio e lungo termine, rende il quadro particolarmente insidioso.
La banca centrale ha tuttavia precisato che le condizioni finanziarie rimangono accomodanti, con tassi di interesse reali ancora negativi, e ha evidenziato come la domanda di fondi da parte delle imprese sia in aumento, elementi che, insieme alle misure governative per attenuare l'impatto dell'energia sulle famiglie, suggeriscono che la ripresa economica, seppur moderata e con qualche debolezza, sia ancora in atto.




