Il “contratto di sottomissione” e il rischio dei lavori forzati: il calvario di Nessy Guerra, latitante in Egitto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La cittadina italiana Nessy Guerra, ventiseienne originaria di Sanremo, vive nascosta al Cairo con la figlia di tre anni, in attesa che le autorità egiziane eseguano un ordine di arresto che pende sulla sua testa ormai da diverse settimane. Condannata in secondo grado il 28 aprile scorso a sei mesi di reclusione per adulterio – un'accusa che lei respinge fermamente – la giovane madre si trova in una condizione di latitanza che si fa ogni giorno più stretta, con il concreto spettro di finire in un carcere nordafricano da un momento all’altro. A complicare un quadro giudiziario già di per sé drammatico, si aggiunge la pena accessoria – definita dalla difesa come “lavori forzati” – che rende la prospettiva della detenzione ancora più angosciosa, senza che al momento siano chiari i dettagli esecutivi di questo regime punitivo.

Un documento inaccettabile tra diritto di famiglia e controllo totale

Mentre la macchina diplomatica tenta di muovere i primi passi, emerge un retroscena che getta luce sui metodi di pressione subiti dalla donna. I legali dell'ex coniuge, Tamer Hamouda (a sua volta condannato in Italia per reati come stalking e maltrattamenti), avrebbero infatti sottoposto a Nessy Guerra un documento definito "contratto di matrimonio islamico-italiano". Lontano dall'essere una semplice proposta di riconciliazione, il testo – mostrato in esclusiva dall'avvocata Agata Armanetti – si configura come una vera e propria gabbia normativa volta a limitare ogni aspetto dell'esistenza della donna. Vi si legge, tra le altre clausole, l'obbligo di tornare a vivere sotto lo stesso tetto dell'ex marito (nonostante il divorzio risalga al 2024), di non abbandonare l'abitazione senza consenso, di consegnargli le password dei social media e dei dispositivi elettronici, e persino di chiedere scusa pubblicamente attraverso i media.

La leva della custodia e la paura per la bambina

Ciò che rende questo ricatto morale ancora più brutale, trasformandolo in un dispositivo di coercizione quasi perfetto, è la clausola che lega la firma al futuro della piccola. In caso di violazione dell'accordo o di una nuova separazione, infatti, la custodia della figlia di tre anni sarebbe trasferita "in modo definitivo, legale e irrevocabile" al padre. Un meccanismo che, di fatto, costringe la madre a scegliere tra la propria libertà personale e la maternità, in un contesto in cui – come lei stessa ha raccontato – la bambina non può comunque lasciare l'Egitto a causa di un divieto di espatrio ottenuto dall'ex marito fino al compimento dei 21 anni della minore. La difesa, che ha rifiutato "sdegnata" l'accordo, descrive questa strategia come una richiesta di totale sottomissione fisica, relazionale e comunicativa.

L’ultima spiraglio della grazia e la diplomazia in stallo

Di fronte a una sentenza di secondo grado immediatamente eseguibile (anche in attesa del ricorso in Cassazione egiziana), l'avvocata Agata Armanetti ha deciso di tentare la via politica, scrivendo ufficialmente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per sollecitare una richiesta di grazia formale da inoltrare alle autorità del Cairo. La lettera, inviata anche alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro degli Esteri Antonio Tajani, mira a ottenere un intervento tempestivo che permetta a madre e figlia di fare rientro in Italia in sicurezza, prima che il provvedimento venga eseguito. Tuttavia, nonostante le interlocuzioni diplomatiche già avviate dal titolare della Farnesina con il governo egiziano – che avrebbe manifestato la volontà di trovare "una soluzione rapida e positiva" – il tempo stringe per Nessy, che vive cambiando continuamente appartamento e utilizzando telefoni non intestati pur di non farsi rintracciare.

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