Nessy Guerra tra condanna per adulterio e una “proposta capestro”: la richiesta di grazia a Mattarella
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Redazione Interno
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Il caso della cittadina italiana bloccata in Egitto, una vicenda iniziata come incubo familiare e degenerata in un procedimento penale per un reato che l’Italia ha cancellato dai propri codici oltre mezzo secolo fa, si arricchisce ora di un nuovo, drammatico capitolo giudiziario e diplomatico. La situazione di Nessy Guerra, 26 anni, originaria di Sanremo, è precipitata ulteriormente dopo la conferma in appello della condanna a sei mesi di detenzione – una pena che la difesa, interpretando la formula “con lavori”, non esita a definire come lavori forzati. È in questo clima di terrore, dove la giovane madre vive nascosta in una località protetta con la figlia di tre anni temendo un arresto imminente, che si inserisce l’estrema iniziativa della sua legale, Agata Armanetti: una richiesta di grazia formale indirizzata al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Il rischio concreto del carcere e il silenzio diplomatico
La condanna, emessa in via definitiva il 28 aprile scorso dal tribunale egiziano, non è stata una sorpresa per la 26enne e i suoi legali, già segnati dalla sentenza di primo grado del 19 febbraio; ciononostante, l’esecutività immediata del verdetto d’appello ha trasformato una minaccia astratta in un pericolo tangibile. L’avvocata Armanetti, nel trasmettere la supplica al Colle – con copia per conoscenza alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro degli Esteri Antonio Tajani e alla titolare della Famiglia Eugenia Roccella – sottolinea come la sua assistita sia di fatto una latitante in terra straniera, impossibilitata a costituirsi per presentare ricorso in Cassazione senza venire immediatamente rinchiusa in un carcere le cui condizioni, è stato ribadito, sono spesso definite disumane.
L’inerzia di fronte a questa situazione, che vede contrapposti il diritto familiare italiano e quello egiziano, è solo apparente. Da mesi la Farnesina, attraverso l’ambasciata al Cairo, assicura di seguire il dossier con “massima attenzione”, e lo stesso Tajani ha sollevato la questione con il collega egiziano Badr Abdelatty, ma finora la protezione consolare si è scontrata con un muro di giurisdizione locale che impedisce qualsiasi ingerenza sostanziale. La leva diplomatica, in questo stallo, sembra aver esaurito la sua efficacia, lasciando spazio solo a iniziative politiche straordinarie come quella della grazia, che mira a scavalcare i binari della giustizia ordinaria.
Il “contratto di sottomissione” e il nodo della figlia
Se la condanna per adulterio rappresenta la spada di Damocle, a rendere il quadro ancora più asfissiante per Nessy Guerra è la guerra parallela per l’affidamento della piccola Aisha. A gettare una luce inquietante sulle dinamiche di potere in atto è stato il rifiuto della difesa di firmare un documento definito “contratto di matrimonio islamico-italiano”, una bozza che i legali dell’ex marito Tamer Hamouda avrebbero sottoposto alla donna in un tentativo – secondo la sua avvocata – di legalizzare una vera e propria “sottomissione”.
L’analisi delle clausole di questo documento, definito dalla difesa come una “proposta capestro” per la sua gravità, rivela un tentativo di controllo totale sulla vita della 26enne. Il testo imporrebbe il ritorno a vivere sotto lo stesso tetto del coniuge, l’obbligo di chiedere il permesso per uscire di casa, la consegna delle password dei dispositivi elettronici e persino una pubblica riconciliazione mediatica. Il passaggio più crudele, però, è quello che lega la violazione di queste regole alla perdita definitiva della figlia: in caso di nuovo allontanamento, la custodia della bambina passerebbe in modo irrevocabile al padre, che in Italia vanta una condanna definitiva per stalking e maltrattamenti.
Una latitanza forzata tra paura e ricorsi
Rifiutare quel patto ha significato per Nessy Guerra accettare l’attuale condizione di precarietà assoluta. La donna, impossibilitata a rientrare in Italia senza violare il divieto di espatrio che grava sulla figlia – un provvedimento ottenuto dall’ex marito e valido fino alla maggiore età della bambina secondo la legge egiziana – vive una latitanza paradossale. Da un lato è una condannata che la giustizia locale potrebbe arrestare da un momento all’altro; dall’altro è una madre che si rifiuta di abbandonare la figlia, consapevole che, se finisse in carcere, la piccola resterebbe in balia di un sistema giudiziario e di un padre la cui affidabilità è stata pesantemente minata dalle sentenze italiane.
Mentre la difesa prepara il ricorso in Cassazione egiziana – un passaggio obbligato ma che non sospende l’esecutività della pena – la richiesta di grazia a Mattarella diventa l’ultimo argine umano e istituzionale per evitare l’incarcerazione. La strada è in salita, perché il presidente della Repubblica non ha poteri diretti su una sentenza straniera, ma la sua interruzione può fungere da catalizzatore politico per una pressione che il governo italiano, finora, non è riuscito a tradurre in fatti concreti. Per ora, la storia di Nessy Guerra resta sospesa tra l’oblio di una protezione consolare insufficiente e l’urgenza di una madre che, come ha ripetuto nei suoi accorati appelli, chiede solo di poter crescere sua figlia lontano dall’incubo.




