Acqua in bottiglia, la sorpresa degli inquinanti: solo tre marchi superano il test
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Redazione Interno
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L’acqua minerale, spesso considerata un simbolo di purezza e salubrità, non sempre corrisponde all’immagine incontaminata che ne abbiamo. Un’indagine di Altroconsumo, pubblicata ieri, ha rivelato che molte delle bottiglie che finiscono sulle nostre tavole contengono tracce di sostanze inquinanti, alcune delle quali appartenenti alla famiglia dei Pfas, i composti perfluoroalchilici noti per la loro persistenza nell’ambiente.
Su 21 marche analizzate – provenienti da diverse regioni d’Italia, con un’eccezione francese – solo undici hanno ottenuto una valutazione complessivamente buona, mentre sei sono state bocciate per la presenza di Tfa (acido trifluoroacetico), un derivato dei Pfas che, seppur in concentrazioni inferiori ai limiti di legge, solleva interrogativi sulla qualità effettiva di ciò che beviamo. Le restanti hanno ricevuto un giudizio appena sufficiente, segno che il problema non riguarda solo pochi casi isolati.
Il test, condotto con rigore scientifico, ha valutato non solo la composizione chimica – parametro determinante, con un peso del 50% sul voto finale – ma anche l’etichettatura, la sostenibilità del packaging e l’ergonomicità delle bottiglie. Eppure, nonostante questi criteri aggiuntivi, è emerso che la vera discriminante resta la presenza di contaminanti: solo tre marche sono risultate completamente prive di inquinanti, mentre le altre, pur rispettando i limiti normativi, presentano tracce che potrebbero far riflettere i consumatori più attenti.
L’indagine non specifica i nomi dei marchi bocciati – scelta che lascia spazio a ulteriori approfondimenti – ma conferma una tendenza già osservata in altri studi: l’inquinamento ambientale, ormai pervasivo, finisce per contaminare anche risorse che immaginiamo protette. Il Tfa, in particolare, è un sottoprodotto della degradazione di sostanze chimiche utilizzate in agricoltura e industria, il che suggerisce una possibile correlazione con attività umane nelle aree di captazione.
Se da un lato le autorità sanitarie ribadiscono che i livelli riscontrati non rappresentano un pericolo immediato per la salute, dall’altro la scoperta impone una riflessione sulla necessità di standard più stringenti e trasparenza nelle etichette. Nel frattempo, chi vuole orientarsi verso scelte più sicure dovrà affidarsi a dati indipendenti come quelli di Altroconsumo, evitando di dare per scontata la qualità di ciò che compra.




