Referendum giustizia, il vantaggio del sì si assottiglia e la partita si fa serrata a quaranta giorni dal voto
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Redazione Interno
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L’emorragia di consensi che il fronte del “sì” ha cominciato a registrare sulle rilevazioni demoscopiche – quelle stesse che solo poche settimane fa certificavano un margine a doppia cifra sulla riforma costituzionale voluta dal governo – assume oggi i contorni di un trend inequivocabile, proiettando la consultazione del 22 e 23 marzo verso un esito che alcuni comitati, ormai, non esitano a definire apertissimo -5-9. Secondo l’ultimo sondaggio condotto dall’Istituto Noto per la trasmissione Porta a Porta, il 53% degli elettori che si dichiara certo di recarsi alle urne opterebbe per la conferma della legge che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, mentre il 47% – un dato in costante crescita rispetto alle passate rilevazioni – si schiera per l’abrogazione -5. Un’affluenza, quella fotografata dagli istituti di ricerca, che resta peraltro inchiodata su valori che non rassicurano affatto i promotori: solo il 43% degli aventi diritto, allo stato attuale, manifesta l’intenzione di votare, a fronte di un altro 43% che dichiara con sicurezza che non lo farà e di un 14% di cittadini che, interpellati, oscillano ancora nell’indecisione.
Se i numeri, nella loro nuda oggettività, raccontano la progressiva erosione del divario tra i due schieramenti – quei sei punti percentuali persi dal “sì” nell’arco di pochi giorni – sono però le parole e le iniziative dei protagonisti della campagna referendaria a restituire, forse con maggiore efficacia, la temperatura di una contesa che si fa di ora in ora più aspra -3-7. Al consigliere regionale abruzzese Paolo Gatti, che ha letteralmente saturato gli spazi dell’Acquamarina a Teramo in un evento organizzato per il comitato Sì Separa – incontro nel quale si è ribadita, tra l’altro, la necessità di assicurare ai cittadini un giudice “terzo” attraverso il distacco netto delle funzioni giudicanti da quelle requirenti – ha fatto da contraltare, sull’altro versante, la sortita del presidente dell’Associazione nazionale magistrati -3-4. Cesare Parodi, che pure qualche settimana addietro aveva invocato toni più distesi e dichiarato piena fiducia nell’operato dei colleghi, è ricorso a una metafora nuziale per stigmatizzare il voto favorevole alla riforma: l’immagine delle mani giunte di due sposi, pubblicata sul proprio profilo Facebook e accompagnata dall’esortazione a ricordare “cos’è successo l’ultima volta che avete detto sì”, ha immediatamente innescato una polarizzazione ulteriore, riproponendo il paradigma – già emerso nelle dichiarazioni del procuratore capo di Napoli – di un elettorato che, qualora orientato alla conferma della legge, verrebbe di fatto accomunato a quanti hanno contratto un vincolo matrimoniale destinato, nella sottintesa lettura dell’alto magistrato, a trasformarsi in motivo di rammarico -3-7.
Ma la complessità tecnica della materia – sette articoli della Carta costituzionale da modificare, l’istituzione di due distinti Consigli superiori della magistratura al posto di uno, il meccanismo di sorteggio “temperato” per i componenti laici, la nascita di un’Alta corte disciplinare – sembra talvolta evaporare di fronte a una comunicazione politica che privilegia la suggestione emotiva all’approfondimento -1-10. Da un lato i giuristi vicini al “no”, come l’avvocato Pietro Dinoi del comitato di Siena, mettono in guardia dal rischio, a loro dire concreto, di un pm “sotto il controllo dell’esecutivo” e richiamano il precedente storico del ventennio fascista, quando la separazione delle carriere – già allora vigente – aveva di fatto trasformato i pubblici ministeri in funzionari dipendenti dal potere politico -1. Dall’altro lato sostenitori quali l’ex senatore Enrico Morando, intervenuto al Sermig di Torino, ribattono che la riforma non fa che attuare compiutamente il principio del giusto processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione, un principio rimasto sino a oggi lettera morta proprio a causa della promiscuità di carriere che vede giudici e pm formarsi nel medesimo alveo e, soprattutto, potersi scambiare i ruoli nel corso della vita professionale -10.
Il governo, intanto, ha formalizzato la nuova formulazione del quesito referendario così come richiesto dall’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione: nella scheda che i cittadini troveranno ai seggi non comparirà più il solo riferimento alla legge costituzionale nella sua titolazione sintetica, bensì l’elencazione analitica degli articoli della Costituzione che la riforma incide, dall’87 al 110, passando per il 102, il 104, il 105, il 106 e il 107 -2-6. Una modifica non certo marginale, questa, che lungi dall’essere un mero adempimento burocratico potrebbe influenzare – così almeno ritengono alcuni osservatori – la consapevolezza del voto, se è vero, com’è vero, che un quesito più lungo e tecnicamente dettagliato rischia talvolta di disorientare l’elettore medio. Le amministrazioni comunali, da Modena in giù, hanno già attivato i canali informativi per la richiesta di duplicati delle tessere elettorali e per le opzioni di voto dei residenti temporanei all’estero; segno, questo sì inequivocabile, che la macchina organizzativa è ormai in moto e che nessuno – né il Consiglio dei ministri, né i partiti, né i comitati – intende più tornare indietro sulla data stabilita -2.
Il fronte del no e l’uso delle immagini sportive: il caso dei campioni olimpici
Se la metafora matrimoniale di Parodi ha sollevato un vespaio di polemiche, altrettanto vivace è stata la reazione che ha investito il Partito democratico dopo la diffusione, sui propri canali social, di uno spot per il “no” che utilizzava le immagini dei campioni di curling Amos Mosaner e Stefania Constantini, freschi di medaglia alle Olimpiadi di Milano-Cortina -3. L’indignazione dei diretti interessati – con Mosaner che ha pubblicamente smentito qualsiasi autorizzazione all’uso della propria immagine in associazione a messaggi politici, chiedendo la rimozione del video – ha costretto i democratici a un immediato passo indietro e alla cancellazione del messaggio, tra le critiche della Federghiaccio e il “sbalordimento” del presidente del Coni -3. Un autogol che rischia di offuscare, nel dibattito pubblico, l’esposizione delle ragioni giuridiche che sottendono la contrarietà alla riforma e che, invece, meriterebbero ben altra profondità d’analisi: il nodo dell’unicità della giurisdizione, la difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura inquirente, la preoccupazione – espressa da costituzionalisti come Enrico Grosso – che il sorteggio integrale dei componenti togati dei due Csm possa depotenziare la capacità dell’organo di autogoverno di resistere a pressioni esterne, siano esse di natura politica o mediatica -10.
A quaranta giorni esatti dall’apertura dei seggi, la sensazione è che la campagna referendaria sia entrata in una fase nella quale l’enfasi comunicativa e lo scontro frontale rischiano di prevalere sulla disamina puntuale di un testo che, per la prima volta dopo decenni, incide profondamente sull’architettura costituzionale dello Stato. Che il margine si sia assottigliato lo dicono i numeri; che la battaglia si combatta ora, prevalentemente, sul terreno della narrazione e della capacità di mobilitare il voto – o, al contrario, di indurre all’astensione – lo raccontano le cronache di queste ultime ore.




