Verona-Milan, non è ancora il miglior Leao ma i numeri certificano la sua importanza: sicuri sulla cessione?
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Redazione Sport
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Nel calcio che conta, quello dei numeri e delle statistiche che non mentono mai del tutto, la prestazione di Rafael Leao al Bentegodi rappresenta l’ennesimo paradosso di una stagione vissuta tra lampi di classe e un’insofferenza crescente verso i propri limiti fisici. Non era certo il miglior Leao quello sceso in campo contro il Verona, e forse non lo si vede da mesi a questa parte, ma il suo filtrante per il gol vittoria di Rabiot – il sesto in campionato per il francese – ha regalato tre punti pesantissimi in ottica Champions League, allontanando momentaneamente le ombre che si erano addensate dopo le sconfitte con Napoli e Udinese. Quell’assist, il terzo in questa Serie A, gli ha permesso di raggiungere un traguardo che lo consegna di diritto alla storia recente del club: sono 50 i gol fuori casa a cui il portoghese ha preso parte con la maglia rossonera addosso, un dato che lo pone al quinto posto tra i migliori stranieri dell’era moderna del campionato italiano per rendimento in trasferta. Da quando cioè è arrivato in Italia, solamente quattro giocatori possono vantare un impatto maggiore lontano dalle mura amiche: davanti a lui ci sono Lautaro Martinez, strapazzato a quota 77, Berardi e Immobile fermi a 61, e infine Lukaku con 52. Una classifica che, se letta con attenzione, restituisce l’importanza di un calciatore che, anche quando non è al top della condizione, riesce comunque a incidere sulla trama delle partite.
Eppure, nonostante la giocata decisiva, l’uscita dal campo al sessantatreesimo è stata accompagnata da una scena che ha riacceso i riflettori sul rapporto, mai del tutto idilliaco, tra il talento lusitano e la panchina rossonera. Rafael Leao ha manifestato apertamente il proprio disappunto, chiedendo spiegazioni dirette a Massimiliano Allegri con un eloquente “Perché cambia me?” rivolto al collaboratore Aldo Dolcetti, prima ancora di raggiungere la panchina. L’allenatore, dal canto suo, ha risposto a muso duro ma con la consueta ironia, dichiarando a fine partita che “non si può giocare in 12”, una battuta per sottolineare la necessità di inserire forze fresche e garantire maggiore profondità alla manovra. Quella di Verona, però, non è stata un’eccezione: per Leao si tratta dell’ennesima sostituzione subita in una stagione in cui ha portato a termine solo otto partite sulle venti iniziate da titolare. Un dato che fa riflettere, soprattutto se affiancato al precedente di metà marzo all’Olimpico contro la Lazio, quando la protesta fu ben più veemente e servì l’intervento di Maignan per calmare gli animi. Stavolta Allegri lo ha semplicemente abbracciato, cercando di sdrammatizzare un episodio che, per il momento, non ha avuto strascichi particolari.
Per capire se Leao abbia o meno ragione a lamentarsi, basta forse osservare due cifre che raccontano due facce opposte della stessa medaglia. Da un lato ci sono i 15 punti che i suoi gol e i suoi assist hanno portato direttamente alla causa del Milan in questo campionato: un peso specifico mostruoso, inferiore solo ai 17 punti garantiti da Hojlund al Napoli, che certifica come senza di lui la squadra di Allegri farebbe una fatica immensa a trovare la via della rete. Quando Leao segna o fa segnare, insomma, il Milan non perde mai, un dato che alimenta il rammarico per le sue continue sostituzioni. Dall’altro lato, però, c’è il numero che inchioda il giocatore alle sue responsabilità: 51 giorni. Tanti ne sono passati dall’ultimo gol realizzato dal portoghese, risalente alla trasferta di Cremona del primo marzo. Un digiuno lunghissimo per un attaccante centrale – ruolo che spesso è stato costretto a ricoprire lontano dalla sua amata fascia sinistra – che spiega la frustrazione dei tifosi e le scelte tattiche di un allenatore che forse non può più attendere.




