Polaris II e il batterio fantasma: così l’Oms ha messo alla prova il mondo sulla prossima pandemia

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Sono passati sei anni da quando il Covid-19 stravolse la vita quotidiana di milioni di persone, paralizzando intere nazioni con lockdown che ebbero conseguenze non solo sanitarie ma anche economiche. E proprio per evitare che una crisi simile colga nuovamente impreparati i governi, l’Organizzazione mondiale della sanità ha orchestrato un vasto esercizio di simulazione globale, durato due giorni tra il 22 e il 23 aprile scorsi. L’esercitazione, battezzata Polaris II, ha coinvolto 26 paesi e territori, oltre 600 esperti di emergenze sanitarie e più di 25 organizzazioni partner – tra queste, per citarne alcune, Medici Senza Frontiere, l’Unicef e la Federazione internazionale delle Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – chiamati a operare come se si trattasse di una crisi reale.

Un patogeno batterico capace di diffondersi su scala globale

Lo scenario immaginato dagli organizzatori è quello di un agente patogeno batterico – un nuovo microrganismo sconosciuto, differente dal coronavirus all’origine della precedente pandemia – capace di propagarsi rapidamente da un continente all’altro. A partire da questo presupposto, i paesi partecipanti hanno dovuto attivare le proprie strutture di emergenza, coordinando la risposta sanitaria e condividendo informazioni in tempo reale. Le catene decisionali, le capacità operative e i flussi comunicativi sono stati messi alla prova senza sosta, in una sorta di stress test planetario che ha visto aumentare i casi simulati, entrare in allerta i sistemi ospedalieri e scattare i protocolli di emergenza governativi.

L’architettura di Polaris II: numeri, partner e tempistiche

Non si è trattato di un semplice esercizio da tavolo, bensì di una delle più ampie esercitazioni internazionali mai realizzate in materia di preparazione pandemica. Per due giorni consecutivi, oltre seicento esperti di sanità pubblica hanno lavorato fianco a fianco, talvolta in collegamento da fusi orari diversi, per testare la reattività delle proprie amministrazioni. L’Oms, che ha coordinato l’intera operazione, ha coinvolto attivamente le proprie articolazioni regionali e nazionali, mentre le organizzazioni partner hanno fornito supporto logistico, epidemiologico e comunicativo. Ogni decisione, ogni allerta e ogni trasferimento di dati sono stati valutati come in una crisi autentica, con l’obiettivo di identificare colli di bottiglia, ritardi informativi o carenze di personale.

Dal batterio immaginario alle lezioni per il futuro

La natura batterica dell’ipotetico patogeno, è bene sottolinearlo, implica caratteristiche di trasmissione e trattamento diverse da quelle di un virus: un aspetto che ha costretto i partecipanti a rivedere protocolli basati sulle esperienze recenti con le infezioni virali. Polaris II ha così permesso di simulare l’intera catena della risposta, dalla rilevazione dei primi focolai fino alla gestione delle informazioni destinate all’opinione pubblica, senza però fornire giudizi su eventuali successi o fallimenti. L’esercizio si è concluso senza dichiarazioni di merito sugli Stati migliori o peggiori, limitandosi a raccogliere dati operativi grezzi. Per l’Oms, abituata a coordinare emergenze reali in contesti fragili, rappresenta un tassello nella strategia di preparazione permanente: un modo per ridurre il divario tra ciò che si pianifica e ciò che accade quando – non se – la prossima emergenza sanitaria globale busserà alle porte.

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