Iran e Stati Uniti, lo scontro verbale si intensifica mentre il petrolio scende sotto gli 80 dollari
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Redazione Esteri
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La tensione tra Stati Uniti e Iran si arricchisce di un nuovo capitolo, fatto di annunci, smentite e mosse diplomatiche che si intrecciano con le dinamiche del mercato petrolifero, mentre lo Stretto di Hormuz rimane il teatro principale di una partita ad alto rischio.
Da una parte, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di aver interrotto i piani per un attacco su larga scala contro la Repubblica Islamica – che lui stesso ha definito come il più imponente dalla Seconda Guerra Mondiale – per concedere spazio a un ultimo tentativo di dialogo, rivelando al contempo l'esistenza di negoziati in corso. Dall'altra, Teheran ha smentito categoricamente ogni contatto, con una replica secca che ha gettato ulteriore incertezza sulle reali prospettive di una distensione.
Le parole di Trump e la smentita di Teheran
Nel suo intervento, Trump ha dichiarato che i raid programmati sono stati sospesi dopo aver ascoltato le richieste di alcuni leader del Golfo, tra cui il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, e aver ricevuto segnali – seppur non meglio specificati – da funzionari iraniani che avrebbero manifestato una disponibilità al confronto. È proprio su questo fronte che la replica della guida suprema e del ministero degli Esteri iraniano è apparsa immediata e tranchant, con una dichiarazione ufficiale che recita: "Nessun negoziato è in corso".
La presa di posizione di Trump, che ha definito questa come l'ultima opportunità per gli ayatollah prima di una "decapitazione" della loro economia e delle loro strutture militari, ha trovato nella replica di Teheran un muro di gomma che riporta la situazione a un punto di stallo, dove la retorica sembra prevalere sulla sostanza dei fatti.
Il ruolo dello Stretto di Hormuz e l'accordo con l'Oman
Mentre le cancellerie internazionali cercano di decifrare le reali intenzioni di Washington e Teheran, un'indiscrezione riportata dal New York Times e attribuita a funzionari iraniani e americani getta una luce diversa sulla gestione della crisi, concentrandosi sull'aspetto operativo del traffico marittimo.
Secondo questa fonte, l'Iran e l'Oman sarebbero vicini a un accordo che regolamenterebbe il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia strategico per il trasporto globale del greggio: le imbarcazioni in entrata nel Golfo Persico utilizzerebbero una rotta sotto il controllo iraniano, mentre quelle in uscita navigherebbero più vicine alle coste dell'Oman.
L'intesa preliminare prevedrebbe il pagamento di "tariffe di servizio", giustificate dalla necessità di coprire l'impatto ambientale del traffico, la sicurezza delle navi e i costi del personale, un meccanismo che di fatto riconoscerebbe un ruolo di gestione e controllo all'Iran senza formalizzare un accordo politico più ampio.
Il crollo del petrolio e le accuse alle major americane
L'annuncio di una pausa nei raid – sebbene prontamente smentito nei contenuti diplomatici da Teheran – ha comunque sortito un effetto immediato sui mercati finanziari, con il prezzo del greggio che è sceso sotto la soglia degli 80 dollari al barile, seguendo un trend ribassista che ha coinvolto le borse asiatiche, europee e americane.
Questo lieve ottimismo, legato alla speranza di una tregua, si è scontrato però con le parole del presidente statunitense, che ha rivolto un attacco frontale alle compagnie petrolifere americane ExxonMobil e Chevron, accusate di realizzare profitti eccessivi sfruttando l'aumento dei prezzi generato dal conflitto.
Pur dichiarandosi un sostenitore del libero mercato, Trump ha sostenuto che queste aziende dovrebbero abbassare i prezzi dei carburanti per restituire una parte dei guadagni ai consumatori, spostando così il dibattito sulla gestione interna dell'economia statunitense, stretta tra l'esigenza di contenere l'inflazione e quella di mantenere alta la pressione sull'Iran.
Il contesto internazionale e l'attesa per Roma
A complicare ulteriormente il quadro generale, si inserisce il perimetro dei negoziati mediorientali, che non si limitano allo scontro diretto tra Stati Uniti e Iran ma coinvolgono attori storici come Israele e Libano. In questo scenario, è atteso a Roma un nuovo round di colloqui tra le due nazioni, segno di una diplomazia che cerca di procedere su binari paralleli, anche se i continui colpi di scena tra Washington e Teheran rischiano di condizionare l'intero equilibrio regionale.
La posizione di Trump, che alterna minacce di attacchi devastanti a dichiarazioni di apertura, lascia intendere una strategia basata sulla massima pressione, mentre la fermezza degli ayatollah nel negare qualsiasi contatto diretto sembra voler preservare la faccia e mantenere alta la tensione interna, in un momento storico in cui le piazze finanziarie guardano con ansia a ogni parola pronunciata dal presidente americano.
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