Guerra del Golfo, missile iraniano abbattuto verso la Turchia: “Ci difenderemo”. Gli Usa ritirano il personale da quattro paesi
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Redazione Esteri
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Le difese aeree della Nato, nel quadro del conflitto in corso che ormai da giorni oppone Stati Uniti e Israele all'Iran, sono state costrette a intervenire per neutralizzare un missile balistico lanciato da Teheran che stava minacciando lo spazio aereo della Turchia. Il ministero della Difesa turco, come riportano le agenzie, ha confermato l'accaduto precisando che l'ordigno, dopo aver sorvolato Iraq e Siria, è stato distrutto in tempo utile, sebbene alcuni detriti siano poi caduti nel sud-est del paese, nella provincia di Hatay, senza per fortuna causare vittime o danni. Una fonte governativa di Ankara, interrogata sulla dinamica, ha lasciato intendere che l'obiettivo del missile non fosse probabilmente la Turchia stessa, quanto piuttosto una base situata a Cipro, da cui però il proiettile avrebbe deviato la sua rotta. Ciononostante, la posizione del governo turco è netta e è stata ribadita con chiarezza: ci si difenderà da ogni attacco e non si esiterà a rispondere a qualsiasi azione ostile, consultandosi nel frattempo con gli alleati della Nato per evitare un'ulteriore escalation.
Nel frattempo, lo spettro di un allargamento del conflitto ha spinto il dipartimento di Stato americano a prendere misure precauzionali per i propri cittadini. Con una nota diffusa nelle ultime ore, Washington ha autorizzato il personale non essenziale e i familiari dei diplomatici a lasciare Arabia Saudita, Oman e Cipro, qualora lo desiderino, a causa dei rischi per la sicurezza determinati dalla guerra in corso. Una decisione, questa, che giunge all'indomani di attacchi mirati contro obiettivi statunitensi nella regione: l'ambasciata a Riyadh è finita sotto attacco con droni, causando un incendio di lieve entità, mentre a Cipro un drone di fabbricazione iraniana si è schiantato contro una base aerea britannica. L'Oman, paese storicamente impegnato come intermediario tra Occidente e Iran, si trova così in una posizione delicata, specialmente dopo che un attacco con drone ha danneggiato una petroliera in un suo porto commerciale.
La crisi nello Stretto di Hormuz e il fronte libanese
A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé incandescente, contribuisce la situazione nello Stretto di Hormuz, dove il traffico delle petroliere ha subito un crollo verticale, stimato intorno al 90%. I Pasdaran, d'élite della rivoluzione iraniana, hanno rivendicato il controllo di quella via d'acqua cruciale per il transito del greggio mondiale, e le assicurazioni marittime ritirano le polizze di fronte ai continui attacchi. Il colosso cinese delle spedizioni Cosco ha sospeso i servizi verso i paesi del Golfo, mentre fonti non verificate parlano di un permesso di transito che Teheran concederebbe solo alle navi cinesi, in segno di gratitudine per l'acquisto di petrolio. Il presidente Trump, dal canto suo, ha suggerito l'impiego della marina militare statunitense per scortare i vascelli, ipotizzando persino un intervento diretto di Washington per sostituirsi alle compagnie assicurative.
Sul terreno, la guerra miete vittime e allarga i suoi confini. Il Libano ha segnalato sei morti in seguito ad attacchi israeliani, che rappresentano una risposta al lancio di missili da parte di Hezbollah in solidarietà con l'Iran. Tra le vittime si contano anche una bambina in Kuwait, colpita dalle schegge di un missile iraniano intercettato, e un cittadino cinese a Teheran. La tv di Stato iraniana ha iniziato a definire il conflitto "la guerra del Ramadan", un termine che ne sottolinea la sacralità e la determinazione, mentre il consigliere della Guida Suprema Khamenei ha risposto a tono a Trump, dichiarandosi pronto a una guerra prolungata. Ali Larijani, influente figura della sicurezza nazionale, aveva già chiuso nei giorni scorsi a qualsiasi possibilità di negoziato, respingendo al mittente le aperture del presidente americano.
I colloqui tra Iran e Iraq e le minacce incrociate
In questo clima di tensione, non si fermano del tutto i canali diplomatici. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il consigliere per la Sicurezza nazionale iracheno Qasim al-Araji hanno avuto una conversazione telefonica per discutere gli ultimi sviluppi. Al centro del colloquio, la necessità di rafforzare la cooperazione per proteggere la sicurezza dei confini comuni, un tema particolarmente sentito da Baghdad che teme di essere trascinata in uno scontro più ampio. L'Iraq, che ospita basi militari e personale statunitense, si trova in una posizione scomoda, stretto tra l'alleato americano e il potente vicino iraniano, con il quale condivide legami religiosi e politici profondi.
Le parole e le azioni, intanto, si fanno sempre più minacciose. Il ministro della Difesa israeliano Katz ha lanciato un messaggio esplicito, parlando della necessità di eliminare il successore di Khamenei, in un'escalation retorica che non ha precedenti. Dall'altra parte, i Pasdaran ribadiscono il loro controllo sullo Stretto di Hormuz e la determinazione a colpire. La comunità internazionale osserva con apprensione, mentre le principali potenze, Cina in testa, esortano tutte le parti a cessare le operazioni militari e a salvaguardare la sicurezza di rotte marittime essenziali per l'economia globale. La guerra, ormai, è entrata nel suo quinto giorno e non mostra segni di cedimento, con il rischio concreto che il conflitto possa infiammare ulteriormente l'intera regione mediorientale.




