Nona notte di raid Usa sull'Iran: centrato impianto nucleare di Darkhovin, Teheran fa esplodere due petroliere nello Stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Per la prima volta dall'inizio dell'offensiva del 28 febbraio, condotta congiuntamente con Israele contro l'Iran, gli Stati Uniti hanno colpito direttamente un impianto nucleare. Nel corso della nona notte consecutiva di attacchi, i raid americani hanno centrato il sito di Darkhovin, nella regione sud-occidentale del Khuzestan, un'area che da settimane rappresenta un teatro caldo del conflitto.

L'impianto, come riportato da fonti internazionali e confermato dall'Aiea in un post sul social X, era ancora nelle primissime fasi di costruzione e, durante l'ultima ispezione dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, non conteneva materiale nucleare; pertanto, non si registrerebbe alcuna fuoriuscita di materiale radioattivo nell'ambiente, scongiurando il rischio di un disastro ambientale nella regione.

La risposta di Teheran e l'escalation nel Golfo

La reazione di Teheran non si è fatta attendere e ha aperto un nuovo, pericoloso fronte marittimo. I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno rivendicato l'attacco a due petroliere che transitavano nello Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici per il traffico energetico mondiale. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Tasnim e dai media statali, le navi sono state intercettate e fatte esplodere mentre tentavano di attraversare quella che Teheran definisce una "rotta meridionale" dello Stretto senza la dovuta autorizzazione.

I Pasdaran hanno giustificato l'azione come risposta diretta ai bombardamenti statunitensi e come atto di controllo di acque considerate nazionali, minacciando esplicitamente che la rotta del petrolio e del gas non sarà più sicura finché gli Stati Uniti proseguiranno con le loro operazioni militari.

Il fronte diplomatico e le sanzioni

Mentre le fiamme della guerra si allargano, sul fronte diplomatico il presidente americano Donald Trump ha rimodulato la propria strategia riguardo il controllo dello Stretto, confermando l'intenzione di reimporre un blocco navale totale all'Iran, ma rinunciando alla tassa del 20% sul traffico mercantile inizialmente ipotizzata. La decisione, annunciata su Truth Social, sarebbe maturata a seguito di colloqui con i leader del Golfo, con i quali sarebbero stati definiti accordi commerciali e di investimento alternativi per coprire i costi della sicurezza marittima.

Nel frattempo, l'amministrazione Trump starebbe valutando l'ipotesi di estendere all'Iran le pesanti sanzioni economiche attualmente in vigore contro la Russia, nel tentativo di indebolire ulteriormente l'economia del regime degli Ayatollah. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha però dichiarato che il suo Paese porrà fine alle ostilità solo quando si troverà in una posizione di forza, sia essa ottenuta attraverso vittorie militari o progressi diplomatici, rendendo di fatto vano, al momento, ogni tentativo di mediazione.

Le ripercussioni sui mercati energetici e l'allargamento del conflitto

La paralisi dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale, ha già avuto pesanti ripercussioni sui mercati energetici globali, con il prezzo del Brent che ha superato la soglia dei 90 dollari al barile, registrando un balzo del 3,2% e toccando i massimi da oltre un mese. L'escalation non si limita però al mare: l'Iran ha esteso i suoi attacchi anche ad altri Paesi della regione, prendendo di mira obiettivi in Bahrein, dove è dislocata la Quinta Flotta statunitense, in Kuwait e in Giordania.

In particolare, i Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato un attacco contro l'aeroporto di Aqaba, in Giordania, affermando di aver causato gravi danni a diversi velivoli dell'esercito americano di stanza nella zona. Sebbene l'offensiva statunitense miri ufficialmente a degradare le capacità militari iraniane, la situazione sul campo appare sempre più fluida e pericolosa, con il rischio concreto di un allargamento incontrollato del conflitto a tutta l'area del Golfo Persico.

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