Roma, nessun negoziato riservato con Teheran per il passaggio delle petroliere italiane a Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una secca smentita, e della specie più categorica, è giunta nella tarda serata di ieri da Palazzo Chigi e dalla Farnesina in merito a quanto anticipato nelle ore precedenti dal quotidiano britannico Financial Times, secondo cui Francia e Italia avrebbero avviato contatti riservati con l’Iran per garantire un transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, quello stretto di mare, lo ricordiamo, che rappresenta un vero e proprio collo di bottiglia per il trasporto marittimo globale e attraverso cui transita, in condizioni di normalità, qualcosa come un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Fonti diplomatiche italiane, infatti, hanno tenuto a precisare, con una nota piuttosto netta, che “non è in corso nessun negoziato riservato” volto ad assicurare l’incolumità soltanto ad alcune navi, magari quelle battenti bandiera italiana o appartenenti a specifici armatori, quasi che si potesse giungere a una intesa di favore che escludesse il resto del naviglio mercantile internazionale. Piuttosto, l’azione dei nostri rappresentanti, e questo è il punto su cui si è scelto di insistere, si inserisce in un quadro molto più ampio e complesso, teso a favorire – attraverso i consueti canali diplomatici – quelle condizioni che possano portare a una descalation generale del conflitto. Un conflitto, quello in Medio Oriente, che con le sue ricadute sta tenendo con il fiato sospeso i mercati e i governi di mezzo mondo, alle prese con il prezzo del greggio e con le sue inevitabili conseguenze sulle aspettative di inflazione.

Il nodo dello stretto e le interpretazioni giornalistiche

A fare da detonatore alla notizia, poi smentita, era stato un articolo del Financial Times che citava fonti informate sui colloqui, secondo cui sia Parigi che Roma avrebbero tentato un approccio con Teheran per cercare di riavviare, seppur in un contesto di tensione altissima, le spedizioni energetiche dal Golfo. Un’iniziativa, questa, che sarebbe maturata all’indomani degli attacchi iraniani contro alcune petroliere e delle dichiarazioni, tutt’altro che rassicuranti, della nuova guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, il quale aveva minacciato di mantenere lo stretto chiuso. Da qui la reazione italiana, con i vertici della politica estera che hanno voluto vederci chiaro, cercando di interpretare quanto scritto dai colleghi londinesi e di verificare se ci fosse stato un qualche fraintendimento, un qualche retroscena mal interpretato. Quel che è certo, ed è bene ribadirlo per evitare illusioni o facili ottimismi, è che l’Italia non sta conducendo, né ha intenzione di condurre, trattative sottobanco. L’obiettivo, semmai, rimane quello di una distensione che coinvolga tutti gli attori in campo, e non certo la preservazione di pochi mercantili, quasi che si potesse scegliere quali salvare e quali no in un’area marittima divenuta improvvisamente caldissima.

La mossa a sorpresa di Washington sul petrolio russo

Se sul fronte di Hormuz la posizione italiana appare, a questo punto, cristallina, ben più complesso e denso di implicazioni è lo scenario energetico globale, che vede gli Stati Uniti alle prese con una mossa che ha del sorprendente. Il segretario al Tesoro Scott Bessent, infatti, ha annunciato la concessione di un’autorizzazione temporanea, una misura della durata di trenta giorni, che consente di fatto ai vari Paesi di acquistare petrolio di origine russa attualmente bloccato in mare a causa delle sanzioni. Una decisione, questa, motivata dall’esigenza di ampliare la portata globale delle forniture esistenti e di calmierare un prezzo del greggio che, complice la crisi in Medio Oriente e il blocco virtuale di Hormuz, aveva superato la soglia psicologica dei cento dollari al barile. Bessent, nel suo annuncio via social, ha tenuto a precisare che si tratta di un provvedimento “circoscritto e di breve durata”, che si applica esclusivamente al petrolio già in viaggio e che, almeno nelle intenzioni dell’amministrazione Trump, non dovrebbe apportare significativi benefici finanziari al governo russo. Un’affermazione, quest’ultima, che in molti osservatori internazionali hanno accolto con più di una perplessità, dato che la Russia, e lo ricordano bene gli analisti, ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse direttamente al punto di estrazione.

Mercati e incertezza: l’Europa trema, l’oro tiene

In questo clima di incertezza e di fibrillazione diplomatica, i mercati del Vecchio Continente hanno mostrato più di un segno di cedimento, con le principali piazze finanziarie, da Francoforte a Londra a Parigi, che si sono mosse all’insegna del ribasso, preoccupate – ed è un eufemismo – dalle possibili conseguenze di un rincaro prolungato delle materie prime. L’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente, con il conflitto che non accenna a placarsi e che anzi rischia di allargarsi, rappresenta una variabile impazzita per le economie europee, già alle prese con un contesto di rallentamento della crescita e con un’inflazione che, sebbene in raffreddamento, potrebbe tornare a galoppare proprio a causa del caro-energia. Piazza Affari, dal canto suo, ha cercato di resistere al vento delle vendite meglio di altre, ma l’umore degli investitori rimane cauto, quando non apertamente pessimistico. E mentre il dollaro e l’oro, tradizionali beni rifugio, vedono rafforzato il loro appeal in tempi di crisi, i governi europei si trovano a dover fare i conti con una realtà fatta di prezzi del gas che volano e di riserve strategiche da utilizzare con parsimonia, nell’attesa di capire quale sarà, se mai ci sarà, una soluzione diplomatica in grado di riaprire quello stretto di Hormuz divenuto, giorno dopo giorno, l’epicentro di una nuova e pericolosissima guerra commerciale ed energetica.

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