La Turchia si sente minacciata dal missile iraniano abbattuto dalla Nato: "Ci difenderemo" mentre il conflitto si allarga

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quinto giorno di quella che la televisione di Stato iraniana ha già ribattezzato “la guerra del Ramadan” registra una pericolosa estensione del teatro bellico, con le difese della Nato costrette a intervenire direttamente per proteggere il territorio di un alleato. Il governo turco, attraverso il proprio ministero della Difesa, ha confermato nelle scorse ore l’avvenuta intercettazione di un missile balistico lanciato dall’Iran, il quale, dopo aver sorvolato Iraq e Siria, si stava dirigendo verso lo spazio aereo nazionale nella provincia di Hatay. A neutralizzare la minaccia, come precisato dalla stessa Ankara, sono stati i sistemi di difesa dello schieramento atlantico dispiegati nel Mediterraneo orientale, un dettaglio, questo, che sottolinea come l’ombra del conflitto tra Israele, Stati Uniti e la Repubblica Islamica si stia allungando ben oltre i confini mediorientali, lambendo direttamente la sovranità di un membro Nato. I detriti dell’ordigno, finito nello Hatay, sono stati prontamente recuperati e analizzati, e il ministero, con una nota ufficiale, ha ribadito con fermezza il diritto di rispondere a qualsiasi atto ostile, lanciando al contempo un appello a tutte le parti coinvolte affinché si astengano da ulteriori azioni che potrebbero innescare una escalation incontrollata.

Sul fronte meridionale del conflitto, la diplomazia regionale lavora per tentare di mettere in sicurezza almeno i confini, mentre la macchina da guerra americana continua a dispiegare una potenza di fuoco senza precedenti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il consigliere per la Sicurezza nazionale iracheno Qasim al-Araji, nel corso di una conversazione telefonica, hanno affrontato il tema caldo della sicurezza dei confini comuni, con Teheran che spinge per una cooperazione rafforzata volta a prevenire infiltrazioni o attacchi che potrebbero passare attraverso il territorio iracheno. Nel frattempo, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha fornito i numeri di un’operazione definita “senza precedenti”: oltre 50mila soldati americani sono già impegnati nell’offensiva contro l’Iran, un contingente, come è stato fatto notare dagli stessi vertici militari, che raddoppia l’intensità degli attacchi sferrati in Iraq nel 2003, con altri reparti in arrivo per sostenere quella che si preannuncia come una campagna di lunga durata.

La situazione interna all’Iran, già resa incandescente dalla morte del leader Ali Khamenei, avvenuta nei raid congiunti di Usa e Israele che miravano a decapitare il regime, vede ora profilarsi un successore. Secondo fonti giornalistiche internazionali, l’attenzione dei vertici e del potente dei Guardiani della Rivoluzione si è concentrata su Mojtaba Khamenei, figlio cinquantaseienne dell’ayatollah defunto, il quale sarebbe stato designato dall’Assemblea degli Esperti, nonostante le riunioni di quest’ultima siano state pesantemente ostacolate dai bombardamenti che hanno preso di mira il palazzo dove era convocata. La successione, in un momento tanto critico, sembra quindi orientata verso una figura che, sebbene operasse all’ombra del padre, è ritenuta in grado di garantire la continuità del regime e di gestire il coordinamento con le forze armate, in un paese che continua a subire raid e che vede le proprie difese aeree messe a dura prova dalla coalizione avversaria.

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