Chuck Norris, l’eredità da 70 milioni e quel duello al Colosseo con Bruce Lee
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La scomparsa di Chuck Norris, avvenuta il 20 marzo all’età di 86 anni in un ospedale delle Hawaii dopo un ricovero avvenuto il giorno prima -3-9, non chiude soltanto il capitolo di una carriera leggendaria nel cinema d’azione. Apre, invece, quello della successione di un impero economico costruito con la stessa disciplina che l’ex campione mondiale di karate aveva sempre mostrato nelle sue coreografie marziali. Secondo le stime di Celebrity Net Worth e Fortune, riprese da diverse testate internazionali, il patrimonio accumulato dall’interprete di Walker, Texas Ranger si aggira intorno ai 70 milioni di dollari. Una cifra, questa, che racconta di un’intelligenza imprenditoriale capace di andare ben oltre i riflettori di Hollywood.
La base solida di questa fortuna, oltre ai cachet percepiti per pellicole come Delta Force e Rombo di tuono, risiede in una clausola contrattuale particolarmente vantaggiosa legata alla serie televisiva che ne ha consacrato l’immagine globale. Per le otto stagioni di Walker, Texas Ranger, Norris non si limitò a intascare i 375mila dollari a puntata, ma negoziò una quota del 23 per cento sui profitti dello show. Una decisione che, grazie alle repliche in tutto il mondo e a una battaglia legale vinta contro la Cbs nel 2018 per il mancato versamento di parte delle royalty, si è trasformata in una rendita perpetua per l’attore e, ora, per i suoi eredi. A questo si aggiunge il business legato al marchio Total Gym, di cui è stato testimonial per oltre trent’anni, e l’azienda di imbottigliamento d’acqua CForce Bottling Co., fondata insieme alla moglie Gena O’Kelley dopo la scoperta di un acquifero nella loro proprietà texana.
Il quadro della successione, che si apre ora, vede come naturali beneficiari la cerchia familiare più stretta. Oltre alla vedova Gena, con cui Norris era sposato, il patrimonio sarà suddiviso tra i cinque figli: Mike ed Eric, nati dal primo matrimonio e oggi affermati registi e coordinatori di stunt; Dina, riconosciuta solo in età adulta; e i gemelli Dakota e Danilee. Una parte dell’eredità, secondo quanto riportato, potrebbe essere destinata anche alla fondazione Kickstart Kids, un’organizzazione no-profit creata dallo stesso Norris per avvicinare i giovani a rischio alle arti marziali come strumento educativo. Un lascito che, al di là delle cifre, ne conferma la volontà di utilizzare la propria immagine anche come veicolo di valori.
Il retroscena del Colosseo e il rifiuto a Bruce Lee
Prima che l’immagine del texano dai pugni d’acciaio diventasse un fenomeno di culto globale, la carriera di Chuck Norris incrociò quella di un’altra leggenda vivente, Bruce Lee, in un duello destinato a entrare nella storia del cinema. Nel film L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente del 1972, diretto proprio da Lee, i due si affrontarono in una sequenza epica girata al Colosseo di Roma, un confronto che richiese tre giorni di riprese e venti pagine di copione coreografato nei minimi dettagli. Un momento, quello sul grande schermo, che suggellava un’amicizia e un rispetto reciproco maturati anni prima, quando Norris aveva fatto da controfigura e consulente per le arti marziali in un film del 1968.
Tuttavia, il legame artistico tra i due avrebbe potuto essere ancora più profondo. Tra i retroscena più noti legati al cinema marziale degli anni Settanta c’è il rifiuto di Chuck Norris di partecipare a I 3 dell’Operazione Drago, l’ultimo film completo di Bruce Lee, distribuito nel 1973 pochi giorni dopo la sua prematura scomparsa. Nel film, che vede Lee nei panni di un maestro Shaolin intento a infiltrarsi nell’isola di un signore del crimine, il ruolo del cattivo O’Hara era stato inizialmente pensato per Norris. A convincerlo a declinare l’offerta fu proprio l’aver già interpretato una sconfitta per mano del maestro cinese nel precedente film. La celebre frase attribuita in proposito a Norris è emblematica del suo approccio alla costruzione dell’immagine pubblica: “Una sconfitta contro Lee è stata abbastanza per me”. Una scelta, quella di non replicare il ruolo del perdente, che contribuì a consolidare l’aura di imbattibilità che avrebbe poi caratterizzato la sua carriera successiva.




