A Bruxelles la protesta dei trattori contro l'accordo Mercosur

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Giovedì all’alba, mentre la città ancora dormiva, il rombo dei motori diesel ha annunciato l’arrivo di una colonna inattesa: centinaia di trattori, guidati da agricoltori giunti da diverse regioni d’Europa, hanno occupato pacificamente ma con determinazione le strade attorno al quartiere europeo di Bruxelles. La loro presenza, che si prevedeva potesse coinvolgere fino a diecimila persone, rappresentava una risposta tangibile e rumorosa all’imminente vertice del Consiglio europeo, nel corso del quale i leader dell’Unione sono chiamati a decidere sul destino del trattato commerciale con i paesi del Mercosur. Quel rombo, più di qualsiasi documento ufficiale, sintetizzava le preoccupazioni di un intero settore che si sente messo a rischio da scelte politiche percepite come lontane dai campi e dalle stalle.

Un trattato venticinquennale sul filo del rasoio

L’accordo in discussione, il cui negoziato si è protratto per oltre un quarto di secolo, punta a creare quella che sarebbe la più vasta area di libero scambio del pianeta, collegando mercati per un totale di oltre settecento milioni di consumatori. Il cuore del patto, che riguarda l’Unione europea e i paesi fondatori del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, con la Bolivia associata – risiede nella progressiva eliminazione dei dazi doganali sulla quasi totalità dei beni scambiati, un processo che si dipanerebbe lungo un arco di quindici anni. Un obiettivo di portata storica, come ribadito dalle istituzioni comunitarie, il quale però, proprio nelle quarantotto ore decisive del vertice, rischia di arenarsi definitivamente a causa delle resistenze di alcuni Stati membri, tra cui spiccano Italia e Francia.

Le ragioni di una frattura profonda

La posizione di Roma e Parigi, che chiedono formalmente un rinvio della decisione, non nasce da un rifiuto ideologico del libero scambio, bensì dalla concretezza di una serie di “incognite”, per utilizzare il termine usato dai governi, che gravano sul futuro degli agricoltori e degli allevatori europei. I timori, amplificati dalla protesta nelle strade, vertono principalmente sull’impatto che un afflusso massiccio di prodotti agroalimentari sudamericani – carne bovina, pollame, zucchero, etanolo, riso – potrebbe avere su un mercato comunitario già saturo e regolato da standard produttivi spesso più stringenti e costosi. L’eliminazione delle barriere tariffarie, se da un lato aprirebbe opportunità per le esportazioni europee di macchinari, prodotti chimici e automobili, dall’altro solleva il fondato interrogativo su come possano competere produzioni locali, legate a territori specifici e a disciplinari di qualità, con merci spesso caratterizzate da costi di produzione sensibilmente inferiori.

La posta in gioco oltre l'economia

La trattativa, dunque, trascende la mera questione commerciale per investire il delicato equilibrio tra globalizzazione dei mercati e salvaguardia di modelli produttivi radicati, oltre a toccare temi sensibili come la deforestazione e gli standard ambientali e sociali. La Commissione europea, che spinge per ottenere il mandato politico necessario a firmare l’accordo già nel prossimo fine settimana in Brasile, vede in questo trattato un segnale fondamentale per la credibilità internazionale dell’Unione quale partner affidabile. Tuttavia, la manifestazione dei trattori a Bruxelles ha reso evidente, in modo plastico, come tale visione strategica possa scontrarsi con esigenze settoriali percepite come vitali. La decisione finale dei capi di Stato e di governo, attesa al termine del vertice, dovrà pertanto soppesare non solo numeri e proiezioni macroeconomiche, ma anche il malessere di chi, come gli agricoltori in protesta, teme di pagare il prezzo più alto di una rivoluzione negli scambi che cambierebbe per sempre la provenienza di molti prodotti sulle tavole europee.

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