Senza benzina né cibo, tre giorni alla deriva per i migranti salvati al largo di Lampedusa
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Redazione Esteri
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Erano partiti da Zawia, in Libia, in 66 su un gommone di appena otto metri, con la speranza di raggiungere Lampedusa. Ma quel viaggio, come troppi altri, si è trasformato in un incubo. Dopo aver esaurito le sette taniche da sessanta litri di benzina che avevano a bordo, si sono ritrovati in balia delle correnti, senza più carburante, con scarse riserve d’acqua e senza cibo. Per tre giorni, sotto un sole implacabile, hanno resistito in mezzo al mare, in attesa di un soccorso che sembrava non arrivare mai.
Non è chiaro cosa abbia spinto uno di loro a lanciarsi in acqua, forse allucinazioni provocate dalla disidratazione o dalla disperazione. Le audizioni della polizia, ancora in corso, potrebbero fare luce su quei momenti drammatici. Intanto, i sopravvissuti – originari dell’Africa subsahariana – sono stati trasferiti nell’hotspot di Contrada Imbriacola, dove già si trovano 305 persone.
Ma tra i 299 migranti sbarcati nella notte, la nave della ong ResQship ha portato a riva anche tre corpi: quelli di due bambini di due anni e di un uomo di circa trent’anni. Probabilmente morti di stenti durante la traversata, mentre il gommone vagava senza meta. Un’altra persona risulta ancora dispersa.
La tragedia, emersa nel giorno della festa della mamma, ha riportato l’attenzione su un’emergenza che continua a consumarsi lontano dagli occhi di molti. Quello che è accaduto al largo di Lampedusa non è un episodio isolato, ma l’ennesimo capitolo di una crisi che, nonostante le ripetute segnalazioni, sembra non trovare soluzione. La Nadir, il veliero che ha effettuato il salvataggio, è intervenuta solo dopo che Frontex aveva avvistato il gommone. Senza quel soccorso, probabilmente, nessuno si sarebbe salvato.




