Soldi, Instagram e la famiglia: la Dda ha incastrato il boss Roberto Mazzarella a Vietri sul Mare
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Redazione Interno
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Non sono state le soffiate, né i pizzini intercettati per caso, a interrompere la latitanza di Roberto Mazzarella. A tradire il 47enne capoclan, alla fine, è stato un intreccio di elementi tanto comuni quanto, per gli investigatori, rivelatori: il denaro, le impronte digitali lasciate inconsapevolmente sui social network e, dulcis in caos, il bisogno di trascorrere le festività pasquali accanto ai propri cari. La Dda di Salerno, che da mesi teneva sotto traccia i movimenti dell’erede dell’omonima consorteria criminale partenopea, ha confezionato un’operazione basata più sull’analisi comportamentale che sulla classica attività di pedinamento; ne è scaturito l’arresto, all’alba di sabato scorso, all’interno di una sfarzosa villa con vista sulla Costiera Amalfitana, a Vietri sul Mare. Il boss, ricercato per omicidio e considerato uno dei latitanti più pericolosi d’Italia, non ha opposto resistenza.
La traccia del denaro e la villa da mille euro a notte
La sua fuga – durata diversi mesi, stando alle ricostruzioni degli inquirenti – si è fermata davanti alla porta di un resort di lusso il cui affitto giornaliero tocca quota mille euro. Pagamenti in contanti, intestazioni fittizie e un’attenta opera di depistaggio non sono bastati a nascondere il flusso di denaro che alimentava il tenore di vita del latitante. I pm, incrociando i dati bancari e le movimentazioni sospette riconducibili a prestanome già noti alle forze dell’ordine, hanno stretto il cerchio attorno a Vietri. Quando i carabinieri del ROS hanno fatto irruzione, Mazzarella si è limitato ad annuire dinanzi ai documenti falsi trovati nella stanza: una carta d’identità posticcia, fasulla, della quale l’arrestato ha ammesso l’uso senza però fornire particolari su come o da chi l’avesse ricevuta. Per il resto, silenzio canonico.
La debolezza umana e la famiglia a Pasqua
L’elemento che ha fatto scattare l’operazione, a ben vedere, è stato però un altro, quasi banale nella sua drammaticità umana: la scelta di non trascorrere la Pasqua in solitudine. Gli investigatori avevano notato, attraverso accertamenti indiretti, che alcuni familiari del boss – la cui identità non è stata resa nota – avevano prenotato soggiorni in strutture limitrofe alla villa. Un campanello d’allarme che, unito ai vecchi pizzini recuperati in precedenti covi, ha permesso di decifrare quella che i pm hanno definito «la contabilità sentimentale del clan». Mazzarella, pur avvalendosi della facoltà di non rispondere dinanzi al gip Satta del Tribunale di Salerno, non ha negato di aver usato documenti falsi; ora attende di essere processato a Napoli, dove risponde di omicidio.
I superlatitanti e il posto lasciato vuoto
Con l’arresto di Mazzarella, si riduce ulteriormente la lista dei cosiddetti “primule rosse” della criminalità organizzata italiana. Sono rimasti in tre i latitanti storici scomparsi da oltre vent’anni: il sardo Attilio Cubeddu, nome di spicco dell’Anonima sequestri, fuggito dal carcere nel 1997; il killer di Cosa Nostra Giovanni Motisi, fedelissimo di Totò Riina e ricercato dal 1998; e un altro esponente della camorra napoletana, Renato Cinquegranella, della cui latitanza si sono perse le tracce da tempo immemorabile. Mazzarella non faceva parte di quel gruppo ristretto – la sua latitanza era più recente – ma il suo profilo era considerato altrettanto pericoloso: a tradirlo, insomma, non è stata la tecnologia più sofisticata, bensì la vecchia, indistruttibile abitudine alla vita agiata e ai legami familiari.




