La festa di Pasqua del boss Mazzarella, tradito dal lusso e dalle abitudini
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Redazione Interno
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Quattordici mesi vissuti nell’ombra, a muoversi tra le pieghe di una città che conosceva ogni angolo, ogni via di fuga, ogni volto compiacente. Eppure, per quanto si possa tentare di sparire – e Roberto Mazzarella ci aveva provato, scelto la latitanza come forma di protezione – le abitudini, si sa, finiscono quasi sempre per tradire. Il boss 48enne, che il ministero dell’Interno aveva inserito tra i quattro ricercati di massima pericolosità, non aveva mai rinunciato alla sua roccaforte: quella striscia di territorio tra San Giovanni a Teduccio e San Giorgio a Cremano, suo comune d’origine. Né, tantomeno, aveva messo da parte il gusto per il lusso. Ed è stata proprio questa debolezza, unita alla volontà di trascorrere le festività pasquali in grande stile, a consegnarlo nelle mani dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli.
La cattura a Vietri sul Mare, il plauso della premier
L’arresto è avvenuto a Vietri sul Mare, località che non a caso richiama un certo turismo elegante, lontano dalla periferia orientale di Napoli. Mazzarella, secondo quanto ricostruito, aveva organizzato una festa in famiglia: un evento che, per sua natura, richiama affetti e complicità, ma che apre anche varchi nelle maglie della sorveglianza. Troppe le persone coinvolte, troppi gli spostamenti, troppe le telefonate captate dagli investigatori. La Direzione Distrettuale Antimafia ha coordinato le operazioni, e la premier Giorgia Meloni ha subito parlato di “un colpo importante alla camorra e un segnale chiaro: lo Stato c’è e non arretra”. Parole che arrivano dritte, senza giri di parole, in un momento in cui la lotta ai latitanti sembra aver cambiato passo.
Tre ancora in fuga, l’attenzione del GIIRL
Con la cattura di Mazzarella, il Programma speciale di ricerca si restringe a tre nomi, tre figure storiche della criminalità organizzata su cui ora si concentra l’attenzione del Gruppo Interforze Integrato (Giirl). Non si tratta di generici fuggiaschi: sono boss di Cosa Nostra, Camorra e Anonima Sarda, uomini che hanno costruito imperi su sangue e silenzio. Ognuno di loro, come del resto accadde per Mazzarella, conserva probabilmente una propria “zona franca”, un luogo del cuore o dell’interesse dove la prudenza cede il passo alla consuetudine. Ma l’esperienza insegna che sono proprio questi gesti quotidiani – una cena, una ricorrenza, un pranzo di Pasqua – a fornire il filo da cui tirare.
Quando le feste in famiglia diventano una trappola
Non è certo il primo caso, del resto. Basti pensare al 2015, quando Corrado Orefice, reggente del clan Vanella Grassi, fu tradito dall’usanza del pranzo di Natale con i parenti. O ad Angelo Marino, boss degli Scissionisti, arrestato nel 2013 mentre trascorreva le vacanze natalizie in famiglia. Un altro precedente eloquente è quello di Salvatore Maggio, capoclan del sodalizio facente capo a Ettore Bosti, finito in manette nel 2016: la sua debolezza non erano i parenti, quanto il lusso e le bellezze della Penisola Sorrentina. Continuava a tenere le redini del clan da un albergo di lusso, con camere da 300 euro a notte, convinto che il comfort fosse un diritto anche per un latitante. Mazzarella ha ripetuto lo stesso errore, a distanza di anni: la camorra, si dice, non impara mai dalle proprie sconfitte. Ma forse è proprio questa la sua più grande crepa.




