La grazia di Sorrentino, oltre il circo barocco la fragilità di una mascolinità in crisi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La grazia è tante cose, ma soprattutto un film che indaga, al di là delle sue inconfondibili e spesso discusse "sorrentinate", la fragilità di un certo ideale maschile. C'è chi guarda i film di Paolo Sorrentino nonostante gli eccessi stilistici, e chi li guarda esclusivamente per quelli; eppure, al netto del consueto circo barocco – popolato da cani robot della polizia e da dialoghi che spesso suonano fin troppo calibrati – l'ultima fatica del regista napoletano, presentata come film d'apertura alla Mostra del Cinema di Venezia e ora approdato nelle sale, cela una riflessione più asciutta e profonda. Essa, apparentemente incentrata sulle scelte morali di un presidente della Repubblica, scava in realtà nella solitudine e nella crisi identitaria di una mascolinità che vacilla perfino nelle stanze del potere più alto, avvolta nel completo nero e nel fumo di una sigaretta sul tetto del Quirinale.
Il peso dello stile e il nucleo nascosto
Lo stile di Sorrentino, come noto, rimane inequivocabilmente il suo: un cinema "pesante", nel senso di fortemente costruito e saturo di simbolismi, dove il confine con la farsa è continuamente sfiorato e l'ossessione per una certa idea del femminile rischia a tratti di sopraffare gli altri temi. Tuttavia, al centro de "La grazia", interpretata da un magistrale Toni Servillo nel ruolo del presidente Mariano De Santis, non vi è soltanto il dilemma pubblico – concedere la grazia a due assassini e decidere se firmare la legge sull'eutanasia – bensì un dramma interiore più silenzioso. Quel che emerge con forza, nonostante le scenografie iperrealiste e le colonne sonore che accostano il sacro al profano, è il ritratto di un uomo solo, costretto a fare i conti con il proprio ruolo di padre e con un passato che torna a bussare, in una società che sembra disintegrarsi attorno a lui.
La solitudine del potere e dei giorni
Il Quirinale, come un deserto, o una fabbrica abbandonata, diventa la metafora potente di questa solitudine. Il presidente De Santis, agli sgoccioli del mandato, è tormentato da questioni che trascendono la mera cronaca politica per toccare nodi esistenziali universali; la stessa domanda "Di chi sono i nostri giorni?", che risuona nel film, sembra interrogare proprio il senso di un'agire umano svuotato, specialmente quando esso è esercitato da figure tradizionalmente associate a un'autorità inflessibile. La performance di Servillo, affiancata da quella di Anna Ferzetti – che nel ruolo della figlia ha trovato un "rapporto naturale" con il collega – dà a questa inquietudine, mostrando le crepe in un'armatura di potere che si credeva invulnerabile.
Un sogno a occhi aperti tra sacro e profano
Definito dallo stesso autore come un "sogno a occhi aperti", il film utilizza la dimensione onirica e una regia sempre iperbolica per parlare, in fondo, di cose molto concrete: la paura, il dubbio, il peso delle scelte. La musica, elemento cardine nell'opera di Sorrentino, funge da ponte tra questi due piani, cercando una leggerezza che però fatica a emergere dalla gravità dei temi trattati. "Le piacerebbe sognare?", chiede un personaggio. "Molto", è la risposta. È in questo desiderio di evasione, contrastato dalla durezza della responsabilità, che si gioca la partita vera de "La grazia", un film che, superata la patina luccicante del suo estro visivo, lascia intravedere il ritratto disincantato di una crisi personale e, per estensione, generazionale.




