Servillo e la grazia del potere: riflessioni sul nuovo film di Sorrentino

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La politica, sovente percepita come arida arena di conflitto e calcolo, viene restituita alla sua dimensione più intima e speculativa ne “La grazia”, l’ultima opera di Paolo Sorrentino, nelle sale dal 15 gennaio. Toni Servillo, che del regista napoletano è ormai interprete-simbolo, veste i panni di un capo di Stato, Mariano De Santis, negli ultimi mesi del suo mandato, intento a meditare su una legge delicatissima come quella sull’eutanasia e sulla concessione di due grazie. Il film, che ha valso all’attore la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla Mostra del Cinema di Venezia, si configura come un ritratto insolito del potere, il quale, come lo stesso Servillo suggerisce, è qui inteso non come esercizio narcisistico ma come un “servizio” condotto con spirito di frugalità e un costante, onesto dubbio.

L'amore come motore delle scelte

Al centro della narrazione, la cui scrittura Sorrentino ha cesellato con la consueta raffinatezza, si pone proprio il concetto di “grazia”, inteso in un duplice senso giuridico e quasi spirituale. “Nel film c’è la spinta dell’amore, il sentimento che orienta le nostre scelte”, spiega l’attore, evidenziando come le decisioni del suo personaggio siano guidate da una profonda riflessione etica e da un sentimento che va oltre la mera applicazione della norma. Un amore che si declina in vari modi: per gli affetti familiari, testimoniati dalla complicità con la figlia giurista; per i principi irrinunciabili di giustizia; e persino per i ricordi del passato, che tornano con la leggerezza dell’ironia sorrentiniana. Questo approccio, che privilegia la meditazione al decisionismo impulsivo, segna una netta distanza dalla retorica dell’apparire, proponendo un’idea di leadership basata sull’“essere” e sulla solitudine contemplativa che talvolta il ruolo impone.

Il miracolo di un percorso personale

Se il film indaga la solitudine del potere, Servillo, nell’incontro, accenna anche alla sua personale, sorprendente traiettoria. “Da bambino, in casa non c'erano libri. Quanto mi è accaduto è un miracolo, il mio destino forse doveva portarmi altrove”, confessa, in una rara nota autobiografica che sottolinea la quasi casualità, o meglio la “grazia” ricevuta, del suo approdo all’arte. Una considerazione che risuona con la tematica del film, dove le scelte cruciali sembrano spesso dipendere da un equilibrio fragile tra dovere, calcolo umano e una forma di imponderabile benevolenza. L’attore, con la sua proverbiale misura, incarna perfettamente questa complessità, conferendo al presidente De Santis un’autorevolezza quieta e una saggezza non priva di tormento, lontana anni luce dagli stereotipi della rappresentazione politica usuale.

Un atto di riflessione per il presente

La pellicola, che sarà distribuita in cinquecento sale dopo una serie di fortunate anteprime, giunge in un momento di particolare fermento nel dibattito pubblico, non solo italiano. Mentre Donald Trump è nuovamente presidente degli Stati Uniti, portando con sé uno stile comunicativo diametralmente opposto a quello contemplativo del personaggio di Servillo, “La grazia” si offre come un’occasione per riflettere sull’essenza stessa dell’agire politico. Sorrentino, attraverso una regia sapiente e un cast di attori formidabili, non fornisce risposte facili, ma costruisce uno spazio narrativo in cui il dubbio, lungi dall’essere una debolezza, diventa la più alta forma di responsabilità. Il film, quindi, oltre a essere un compiuto esercizio di stile, si trasforma in un elogio della profondità, invitando a considerare la politica come vocazione e pensiero, piuttosto che come mera esposizione mediatica.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.