Sorrentino e la grazia del potere, tra Servillo e i nodi dell'Italia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A Venezia, dove il cinema torna a interrogare il potere senza retorica, Paolo Sorrentino presenta «La grazia» con un Toni Servillo che, incarnando un presidente della Repubblica, Mariano De Santis, costringe a riflettere sui paradossi dello Stato e sulle lacerazioni private di chi lo rappresenta. Il film, che ha inaugurato il concorso della 82esima Mostra, affronta temi scottanti – primo fra tutti quello dell’eutanasia – intrecciandoli con la dimensione più intima e familiare di un uomo chiamato a decidere non solo per sé, ma per tutti.

Al di là dei facili parallelismi con figure presidenziali reali, da Cossiga – evocato dall’epiteto di “cemento armato” – a Mattarella, il ritratto che emerge è quello di un magistrato vedovo, padre di una figlia adulta, alle prese con gli ultimi sei mesi del suo mandato. Sorrentino, abbandonati gli eccessi folcloristici di «Parthenope», torna a misurarsi con la sostanza morale dei conflitti, quelli pubblici e quelli privati, che spesso si specchiano l’uno nell’altro senza mai veramente risolversi.

La trama, volutamente misteriosa fino all’anteprima, si dipana attorno al dilemma etico del fine vita, un tema che divide il Paese e che obbliga il Quirinale a prendere una posizione netta. Accanto a questo, spicca la presenza inattesa del rapper Gue Pequeno, segno di un regista che continua a mescolare linguaggi e generazioni, cercando una cifra narrativa che sia insieme solenne e pop

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