Redditi in crescita e Fisco spaccato: la fotografia delle partite Iva tra pagelle, flat tax e l’occhio del Fmi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   I numeri relativi alle dichiarazioni fiscali del 2025 (anno d’imposta 2024) raccontano un paese che arranca su due binari opposti, laddove da un lato crescono i redditi dichiarati – e di conseguenza le imposte lorde – e dall’altro si allarga la platea di chi, di fatto, paga zero Irpef o vi contribuisce in maniera assolutamente residuale.

A restituire questa fotografia, pubblicata dal dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia e ulteriormente rielaborata dal Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, è la consueta analisi delle dichiarazioni, che suddivide i contribuenti per fasce di reddito al netto delle detrazioni e del trattamento integrativo.

L’esercizio comparativo, esteso agli ultimi diciassette anni, mette in luce le profonde trasformazioni nella redistribuzione del carico fiscale, sia in termini di numeri assoluti di contribuenti “versanti” sia per quanto riguarda l’imposta media effettivamente sostenuta.

Il peso fiscale concentrato, la fetta di chi non paga

Il dato più eclatante riguarda la base imponibile reale del paese, sempre più ristretta. Circa 11,3 milioni di contribuenti, emerge dalle statistiche ministeriali, sono riusciti a vedere azzerata completamente l’imposta netta; una situazione che non ha nulla a che vedere con l’evasione, bensì con la combinazione della cosiddetta “no tax area” – la soglia entro la quale non scatta l’obbligo – e l’effetto cumulativo di bonus (come il trattamento integrativo da 1.200 euro) e detrazioni che erodono completamente il debito d’imposta.

D’altra parte, l’analisi di Itinerari previdenziali precisa che se si osservano le tre fasce di reddito pi� basse (fino a 15mila euro lordi), oltre 16 milioni di soggetti versano appena l’1,19% dell’Irpef totale: parliamo di una media di circa 100 euro annui a testa a fronte di una spesa sanitaria pro capite che supera abbondantemente i duemila euro.

Ecco quindi che la sostenibilità del sistema poggia sulle spalle di una minoranza: meno di un terzo dei contribuenti, quelli con dichiarazioni superiori ai 29mila euro, si accolla oltre il 76% dell’intera imposta, mentre lo 0,2% dei dichiaranti più ricchi (oltre 300mila euro) contribuisce da solo per il 6,6% del gettito complessivo.

Partite Iva e la questione dell’affidabilità fiscale

Spostando il focus sul mondo delle autonomie, il confronto si fa ancora più intricato. Le nuove tabelle ministeriali sugli ISA – gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale, ossia quelle “pagelle” che misurano la trasparenza dei conti – fotografano un bacino di circa 2,7 milioni di contribuenti soggetti ai controlli sintetici.

Se da una parte i redditi delle partite Iva sono in crescita (le ritenute per lavoro autonomo registrano un +5,4% nel periodo gennaio-ottobre 2025), dall’altra il Fisco continua a guardare con un sospetto strutturale a oltre la metà di queste realtà, dove il livello di rischio evasione resta giudicato elevato. Una frattura che alimenta il dibattito sulle misure agevolative, a partire dal concordato preventivo biennale.

Recenti correttivi al decreto fiscale hanno escluso ufficialmente i forfettari dal meccanismo del patto con il fisco a partire dal 2025, riservando le proposte di reddito minimo solo ai soggetti Isa, e slittando i termini di adesione al 30 settembre.

La corsa della flat tax e il richiamo del Fondo Monetario

Il regime forfettario, nonostante le esclusioni dal concordato, continua a macinare record di adesioni e rappresenta ormai la scelta per oltre il 52% dei titolari di partita Iva, attratti dall’imposta sostitutiva al 15% (5% per le start-up) e dalla soglia di ricavi portata a 85mila euro. I dati del MEF confermano che i forfettari hanno superato quota 1,9 milioni, con una crescita del 6,5% su base annua e un incremento dell’11,4% dei redditi medi dichiarati.

Proprio questa espansione, tuttavia, tiene banco nelle stanze internazionali: il Fondo Monetario Internazionale, nella missione annuale in Italia dello scorso maggio, è tornato alla carica chiedendo l’abolizione della misura. Il ragionamento dei tecnici, contenuto nel documento conclusivo, è che la flat tax per i lavoratori autonomi riduce l’efficacia della progressività, crea distorsioni competitive tra professionisti e sottrae risorse preziose alle casse dello Stato, suggerendo quindi un superamento del regime per allargare la base imponibile.

In mezzo a queste sollecitazioni, il governo si muove su un crinale stretto: da un lato deve gestire le pressioni di Bruxelles e del Fmi, dall’altro non può ignorare che quasi la metà dei contribuenti autonomi dichiara redditi troppo bassi per essere ritenuti credibili dal fisco, alimentando il sospetto di una macroscopica sotto-dichiarazione.

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