L‘asse Meloni-Merz, l’apertura di Nagel e la spinta di Macron: il debito comune spacca l’Europa alla vigilia del vertice

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è una crepa che attraversa il ponte di comando europeo, e alla vigilia del vertice informale di giovedì al castello di Alden Biesen, in Belgio, quella fessura appare ormai difficilmente sanabile con la sola retorica dell’unità. Da un lato il presidente francese, Emmanuel Macron, tornato alla carica con la sua “dottrina economica” – un’idea, quella del debito comune permanente, che definisce la sola maniera per evitare che l’Unione, schiacciata tra la politica aggressiva di Washington e l’ascesa tecnologica di Pechino, venga letteralmente “spazzata via”. Dall’altro, a fronteggiarlo, non trova più la sola Germania tradizionalmente rigida in materia di stabilità, bensì un asse italo-tedesco rinsaldato, che ai sorrisoni di Villa Pamphili ha fatto seguire una strategia politica precisa: contenere le ambizioni finanziarie dell’Eliseo e blindare il ricorso agli eurobond come mero strumento di ultima istanza, strettamente legato alle emergenze -9.

Eppure, è proprio dal cuore dell’establishment tedesco che arriva la scossa che complica lo scacchiere. Il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, figura storicamente associata alla difesa a oltranza dell’ortodossia finanziaria, ha rilasciato un’intervista a Politico nella quale, di fatto, apre uno spiraglio. La sua posizione – ed è questo il dato che agita i ranghi dei falchi – si discosta nettamente dalla linea del cancelliere Friedrich Merz, il quale continua a considerare l’emissione di passività comuni una pillola amara da deglutire solo in caso di necessità assolute e non reiterabili. Nagel, al contrario, lega il nuovo debito condiviso a una necessità strutturale: l’Europa, dice, deve rendersi attrattiva per i capitali esterni, e per farlo ha bisogno di un mercato liquido di asset sicuri -1-4. Non un regalo, avverte, ma uno strumento per scopi specifici – difesa, transizione, innovazione – da sorvegliare rigidamente -10. Il paradosso è palese: mentre la politica tira dritta sull’acceleratore del rigore, la banca centrale tedesca valuta il cambio di marcia.

Il pre-vertice e l’acrobazia dell’Eliseo

La cronaca dei preparativi, fitta di movimenti convulsi, racconta di un isolamento francese che Parigi tenta disperatamente di scalfire. L’iniziativa del pre-summit è partita da Roma e Berlino, un faccia a faccia ristretto voluto da Meloni e Merz per cucire una linea comune da presentare poi ai Ventisette. Macron, inizialmente ai margini, ha fatto una sorta di acrobazia diplomatica all’ultimo minuto, chiedendo e ottenendo di partecipare a quella riunione informale che non lo vedeva tra i promotori -9. Una mossa che sa di assedio, più che di confronto. Perché il nocciolo della disputa non è soltanto tecnico – emissioni, scadenze, garanzie – ma profondamente geopolitico. La Francia spinge per un’Europa potenza, capace di uno scatto federale sugli investimenti e di una chiara “preferenza europea” negli acquisti strategici. L’asse italo-tedesco, invece, pur puntando sulla competitività, guarda con sospetto a questa deriva protezionista e, soprattutto, non intende mettere in discussione l’alleanza atlantica per compiacere le ansie del presidente francese -9.

La controffensiva tedesca e le condizioni di Nagel

Nagel, nel suo ragionamento, non lascia nulla all’improvvisazione. L’appoggio condizionato all’emissione di asset europei sicuri non va letto come una resa al macronismo, bensì come un tentativo di governare una deriva altrimenti ingestibile. Le sue parole, riportate anche dall’agenzia dpa, scolpiscono un principio chiaro: la tradizione, per quanto nobile, riflette la realtà del passato; quella odierna, segnata da una minaccia alla sicurezza che non si vedeva dal secondo conflitto mondiale, impone una mutazione -10. La creazione di un mercato liquido per titoli sovranazionali servirebbe a tenere dentro gli investitori globali, a offrire loro un’alternativa credibile al Treasury americano in un’epoca in cui la presidenza Trump – rieletto e determinato a riorganizzare il commercio mondiale attorno agli interessi statunitensi – rende il vecchio continente un fattore di mero aggiustamento. Ma Nagel mette i paletti: riduzione contestuale del debito nazionale e controllo ferreo da parte degli Stati membri -4. Non è un lasciapassare in bianco, è un paracadute.

Lo stallo e la mappa delle alleanze

A questo punto la mappa delle alleanze si fa caleidoscopica. Da una parte Merz, che stringe i denti e tiene ferma la barra della Schuldenbremse, il freno al debito, e dall’altra il suo banchiere centrale che, di fatto, ne mina la strategia negoziale a poche ore dal confronto diretto con Macron. L’Italia, nel mezzo, gioca la sua partita. La convergenza con Berlino è tatticamente solida – entrambi i governi vedono nella Francia un ostacolo alla sburocratizzazione e alla flessibilità industriale – ma il fronte interno, per Roma, scricchiola. Le critiche del Movimento 5 Stelle, affidate ai social dal presidente Giuseppe Conte, incidono la polarizzazione: legare le sorti del Paese alla Germania di Merz, si sostiene, significa condannare l’industria nazionale al declino, privandola degli strumenti finanziari comuni che pure, nel 2020, l’allora governo italiano contribuì a strappare con il Next Generation EU -3-6. Ma l’attuale esecutivo, dal canto suo, replica stringendo ulteriormente l’abbraccio con il cancelliere tedesco, convinto che la ricetta per sopravvivere alla tempesta perfetta – deindustrializzazione, dazi, concorrenza cinese – non passi per l’ennesimo maxi-debito europeo.

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