Il Corpo nel pozzo dell’eremo profanato è dell’ucraino che chiese ospitalità: aveva visioni dei morti
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Redazione Interno
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Il mistero che avvolgeva l’eremo di Monte Giove, a Fano, si è infranto ieri mattina contro il fondo di un pozzo profondo una trentina di metri, da dove i vigili del fuoco, con l’ausilio dei sommozzatori, hanno recuperato il corpo senza vita di un uomo. Si tratta di Vasyl Khomiak, trentaquattrenne di origini ucraine residente a Pesaro, la cui scomparsa era stata denunciata dalla madre nella serata di mercoledì. La donna, preoccupata per le condizioni psichiche del figlio, seguito dal Centro di salute mentale, aveva riferito agli investigatori le sue visioni, quelle stesse che lo avevano condotto venerdì scorso alla porta del monastero camaldolese in cerca di un rifugio e di un po’ di pace. Non era stato accolto, visto il suo stato di evidente alterazione, e da quel momento se ne erano perse le tracce, fino al drammatico ritrovamento.
Le indagini dei carabinieri, coordinati dal capitano Giuseppe Esposito, si intrecciano ora inestricabilmente con gli atti di vandalismo sacrilego avvenuti all’interno della chiesa solo pochi giorni prima. L’ipotesi più accreditata, e che gli inquirenti stanno verificando, è che Khomiak sia proprio l’autore della profanazione che ha sconvolto i monaci e i fedeli: l’altare maggiore devastato, la grata sotto la mensa rimossa, il pesante sarcofago di marmo forzato e le reliquie ossee di San Valerio, gettate e sparse sul pavimento dopo l’apertura dell’urna di legno che le custodiva. Sulla scena di quello che appare un gesto tanto irrazionale quanto violento, gli investigatori avevano rinvenuto uno zaino contenente effetti personali, un’icona ortodossa e un messale in cirillico, oggetti che ora acquistano un significato preciso alla luce dell’identità della vittima.
Un elemento, in particolare, continua a tenere banco nelle cronache e a interrogare gli investigatori: la presenza di una quantità considerevole di sangue umano, sparso sul pavimento della chiesa. Secondo i primi accertamenti tecnici, si tratterebbe di sangue umano, e il suo rinvenimento in così grande quantità aveva inizialmente fatto pensare all’intervento di terzi o a inquietanti messaggi rituali. L’ipotesi più verosimile, ora, è che l’uomo possa essersi ferito durante il suo furore distruttivo, forse tagliandosi un’arteria mentre forzava le casse delle reliquie, e che abbia poi perso sangue camminando fino all’ingresso, dove si sarebbe soffermato nel tentativo di tamponare la ferita. Le macchie ematiche, in questo scenario, non sarebbero altro che la traccia fisica del suo passaggio, il segno di un delirio che lo ha portato dal sacrilegio alla morte.




