L'urlo della madre di Pamela Genini a Soncin: “Sei un bastardo”. Poi il malore in aula

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Milano – Quando l’imputato, il 53enne Gianluca Soncin, è entrato nell’aula della Corte d’Assise scortato dagli agenti della polizia penitenziaria, il dolore si è trasformato in un grido capace di squarciare il silenzio glaciale che precedeva l’inizio della prima udienza. Una Smirnova, la madre di Pamela Genini, non ha retto all’urto emotivo provocato dalla vista dell’uomo accusato di aver ucciso sua figlia con 76 coltellate il 14 ottobre scorso nell’abitazione di via Iglesias 33, nel quartiere Gorla.

“Bastardo!”, ha urlato la donna, prima che le lacrime la soffocassero e che il suo corpo, piegato da un improvviso malessere, venisse sostenuto dal legale Nicodemo Gentile e portato fuori dall’aula. Quella di ieri era la prima volta che la madre si trovava faccia a faccia con l’assassino presunto della figlia, un incontro che lei stessa avrebbe poi definito “devastante” per la freddezza e la lucidità mostrata da lui.

La reazione di una madre e la richiesta di giustizia

L’episodio, avvenuto giovedì 4 giugno, ha segnato l’avvio del processo che vede Soncin, imprenditore di origini biellesi residente a Cervia, seduto nel gabbione degli imputati con l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato. La Procura, coordinata dall’aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Alessia Menegazzo, contesta la premeditazione, la crudeltà, i futili motivi e il legame affettivo con la vittima, circostanze che potrebbero condurlo alla condanna all’ergastolo.

Una Smirnova, ripresasi dallo scontro iniziale, ha fatto rientro in aula per assistere alle fasi preliminari del dibattimento, ribadendo al termine dell’udienza ai cronisti presenti che quanto provato nel vedere “in faccia un assassino che ha massacrato mia figlia” ha scatenato una reazione incontrollabile, spinta unicamente dalla richiesta di giustizia per una ragazza descritta come “dolcissima” e “una luce”. La famiglia, costituitasi parte civile, chiede l’ergastolo per l’ex compagno.

Il ruolo di Francesco Dolci e l’esclusione dalla parte civile

La prima udienza non è stata segnata solo dalla tensione emotiva legata alla madre di Pamela; i giudici hanno dovuto decidere anche sulle richieste di costituzione di parte civile, rigettando quella presentata da Francesco Dolci. Quest’ultimo, che era l’amico al telefono con la 29enne mentre lei veniva aggredita, è attualmente indagato dalla Procura di Bergamo per un’altra vicenda, altrettanto macabra, legata alla profanazione della tomba di Pamela.

Secondo quanto emerso, a Dolci, assente in aula, è stata negata la legittimazione perché la relazione sentimentale con la vittima – durata pochi mesi tra maggio e ottobre 2025 – non era caratterizzata da una stabile e continuativa convivenza. L’avvocato Gentile, nel chiedere il rigetto dell’istanza, ha definito Dolci “stalker in vita e dopo la morte” della ragazza, ventilando i sospetti della famiglia sul suo coinvolgimento nella sottrazione della testa del cadavere, un elemento che non è stato ancora ritrovato.

La ricostruzione dell’omicidio e le indagini

Il processo, che si preannuncia complesso, dovrà fare luce sulla dinamica di quell’omicidio consumato nonostante l’arrivo delle forze dell’ordine. Le indagini hanno ricostruito che Soncin si sarebbe procurato una copia delle chiavi dell’appartamento di lei, entrando in casa con un coltello mentre Pamela, terrorizzata, cercava aiuto telefonando a Dolci. “È matto (...) che faccio?”, fu l’ultimo disperato messaggio inviato dalla vittima, massacrata dall’ex compagno nonostante la polizia fosse già fuori dalla porta.

A complicare il quadro giudiziario, parallelamente a questo processo, resta aperta l’inchiesta bergamasca per vilipendio di cadavere: i carabinieri stanno analizzando i filmati di sorveglianza del cimitero di Strozza, dove il corpo della modella era stato sepolto e dove, in una data successiva al funerale, è stata profanata la tomba e asportata la testa.

Per la famiglia di Pamela, che ha visto esclusi anche due associazioni antiviolenza dalle parti civili, la priorità rimane comunque la condanna di Soncin, l’uomo che secondo l’accusa mise fine alla vita della giovane nel suo stesso rifugio domestico.

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