Il rito per Pamela Genini prende il via a Milano: l’urlo della madre e l’ingresso in aula di Soncin
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Redazione Interno
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Una scarica emotiva, quella che si è abbattuta sulle aule della Corte d’Assise di Milano, ha segnato l’avvio del processo con rito immediato per Gianluca Soncin, il 53enne accusato a vario titolo – e con le aggravanti della premeditazione, della crudeltà e dei futili motivi – dell’omicidio dell’ex compagna Pamela Genini, uccisa a 29 anni nella sua abitazione del quartiere Gorla lo scorso 14 ottobre.
L’ingresso dell’imputato, scortato dalla polizia penitenziaria, ha scatenato la reazione viscerale di Una Smirnova, madre della vittima: un grido secco, "bastardo", ha rotto il silenzio dell’aula prima che la donna, sopraffatta dal dolore, scoppiasse in lacrime e dovesse essere accompagnata fuori dal suo legale, Nicodemo Gentile, a causa di un malore che le ha impedito di assistere alla prima parte dell’udienza.
Il peso delle accuse e la costituzione delle parti civili
La Procura, rappresentata dalle pm Alessia Menegazzo e Letizia Mannella, ha tratteggiato un quadro giudiziario pesantissimo a carico di Soncin – che rischia concretamente la condanna all’ergastolo – sostenendo la tesi di un agguato maturato nella tarda serata del 14 ottobre 2025.
Stando alla ricostruzione degli inquirenti, che trovarono la donna in una pozza di sangue e l’imputato intento a ferirsi la gola nel vano tentativo di suicidarsi, l’uomo si sarebbe introdotto nell’appartamento di via Iglesias utilizzando una copia delle chiavi ottenuta di nascosto, per poi scatenarsi con un coltello – secondo l’autopsia furono 76 coltellate – mentre la giovane era al telefono con un amico.
Proprio in questa fase processuale, la corte ha dovuto valutare le numerose richieste di costituzione di parte civile: se da un lato è stato accolto positivamente l’ingresso della madre, dei fratelli (Nicola e Veronica) e del padre della vittima (sebbene quest’ultimo sia attualmente ricoverato in coma), dall’altro è emerso subito il nodo critico rappresentato da Francesco Dolci.
Il ruolo ambiguo di Francesco Dolci tra testimonianza e indagini
La figura di Francesco Dolci, impresario 41enne di Sant’Omobono Terme che si qualifica come l’amico ed ex fidanzato della Genini – nonché l’ultima persona ad averla sentita in vita mentre chiedeva aiuto – ha gettato un’ombra di complessità sull’avvio del dibattimento.
Sebbene la difesa di Dolci, attraverso l’avvocata Eleonora Prandi, abbia rivendicato la legittimità a costituirsi parte civile in virtù di un legame affettivo continuativo ("c’era un progetto di sposarsi", hanno dichiarato i suoi legali), la Corte d’Assise ha invece accolto le eccezioni sollevate sia dalla Procura che dall’avvocato Gentile.
I giudici hanno infatti escluso l’ammissione di Dolci – presente simbolicamente tramite i suoi rappresentanti ma assente fisicamente dall’aula – motivando la decisione con la mancanza di un requisito di stabilità convivenziale nel breve rapporto e, soprattutto, con l’esistenza di un procedimento penale parallelo a suo carico per la profanazione della tomba e la sottrazione della testa della stessa Pamela Genini, avvenuta nel cimitero di Strozza.
La dinamica del delitto e le indagini sulla profanazione
Mentre l’attenzione dei riflettori si concentra sull’aula milanese, dove si discute della responsabilità diretta del 53enne originario di Cervia, gli strascichi della vicenda si intrecciano inevitabilmente con l’inchiesta condotta dalla Procura di Bergamo riguardo al vilipendio del cadavere.
La ricostruzione degli eventi del 14 ottobre racconta di una Pamela terrorizzata: quella sera, mentre parlava al telefono con Dolci raccontandogli delle minacce ricevute dall’ex, venne colta di sorpresa nell’ingresso di casa; alcuni vicini udirono le urla provenire dal balcone prima che l’uomo, una volta entrato – fatto salvo in extremis dall’arrivo della Polizia di Stato – la colpisse a morte.
Il compagno della madre della vittima, Pier Giuseppe Rota, presente ai cronisti fuori dal tribunale, ha ribadito la richiesta di giustizia sottolineando come, nonostante i rischi segnalati dalla giovane già nel settembre 2024 al Pronto Soccorso di Seriate (dove dichiarò di temere per la propria vita), nessuno sia riuscito a scongiurare la furia omicida.




