Hantavirus sulla mv Hondius, l’Oms valuta il contagio tra umani mentre si cerca un porto per lo sbarco
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Redazione Salute
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È una corsa contro il tempo quella che vede coinvolti i circa centocinquanta occupanti – passeggeri ed equipaggio – della nave da crociera mv Hondius, attualmente ancorata al largo dell’arcipelago di Capo Verde. L’agente patogeno che li tiene in scacco, un hantavirus solitamente associato ai roditori ma che in questa specifica circostanza starebbe mostrando una capacità di trasmissione atipica, ha già provocato tre vittime accertate, con un bilancio che sale a sette tra casi confermati e sospetti. Le autorità sanitarie, riunite sotto il coordinamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si trovano di fronte a un evento straordinario: la possibilità, ancora da verificare sul campo, di una trasmissione diretta da uomo a uomo in un ambiente ristretto come quello di una nave. La particolarità della situazione, come hanno sottolineato gli esperti, non risiede tanto nella natura del virus – per il quale non esistono terapie specifiche approvate – quanto nella dinamica logistica ed epidemiologica di un focolaio sviluppatosi a migliaia di chilometri dalla costa, dopo un viaggio iniziato in Sudamerica.
L’ipotesi dei contagiati in volo e il ruolo dell’Oms
L’ipotesi principale, avanzata dalla direttrice ad interim dell’Oms Maria Van Kerkhove, suggerisce una doppia fase nell’evoluzione del focolaio. Considerando il lungo periodo di incubazione, che oscilla tra una e sei settimane, è probabile che l’infezione originaria sia contratta prima dell’imbarco o durante le soste intermedie, forse proprio in quelle aree del Sud del mondo dove il virus è endemico. Tuttavia, il dettaglio che ha fatto scattare l’allarme rosso è la sequenza dei decessi successivi all’isolamento in mare: un indizio che farebbe pensare a una propagazione secondaria del contagio, avvenuta tra le persone a stretto contatto all’interno delle cabine o durante le attività comuni a bordo. A complicare ulteriormente il quadro ricostruttivo, gli epidemiologi stanno ora tracciando i passeggeri di un volo – che aveva trasportato una donna già sintomatica – per accertare se l’aereo stesso possa rappresentare un ulteriore anello della catena infettiva, uno scenario che trasformerebbe l’emergenza sanitaria in una vicenda di sorveglianza globale ancora più complessa.
Sbarco negato e negoziati tra le cancellerie
Mentre un gruppo di ispettori si prepara a salire a bordo questo pomeriggio per valutare il rischio reale e progettare l’evacuazione, la nave vaga in un limbo diplomatico. Il porto di Praia, a Capo Verde, ha chiuso i propri cancelli alla banchina, temendo evidentemente che il virus possa scendere a terra. Le autorità spagnole, dal canto loro, sono state avvertite dalla stessa Oms della possibilità di accogliere l’imbarcazione alle Canarie, un’opzione che aveva inizialmente alimentato qualche speranza. Tuttavia, il governo centrale di Madrid ha subito frenato, specificando che nessuna decisione verrà presa prima di aver analizzato i dati epidemiologici raccolti dalla task force che ispezionerà la mv Hondius. Il malumore non si nasconde neppure nelle dichiarazioni del governo regionale delle Canarie, dove un portavoce ha lasciato intendere che sarebbe decisamente preferibile che lo sbarco avvenisse sulla terraferma spagnola, dotata di risorse sanitarie maggiori, piuttosto che nel suggestivo ma logisticamente limitato arcipelago. Prevale quindi un cauto ottimismo: si cerca un porto che accetti i passeggeri, ma lo si vuole trovare a condizioni di sicurezza assoluta, senza cedere a pressioni politiche dettate dall’urgenza mediatica.
Nessuna terapia specifica, la sfida della terapia intensiva
Sul fronte clinico, Gianni Rezza, epidemiologo di chiara fama ed ex direttore della Prevenzione, ha cercato di arginare il panico con un intervento mirato a fare chiarezza sulle effettive capacità di diffusione del patogeno. La trasmissione interumana di questo specifico virus è definita “rarissima”, a meno che non si tratti del ceppo “Andes” circolante in Sudamerica, che ha mostrato in passato un potere diffusivo limitato ai contatti familiari stretti. La vera emergenza, ha ribadito Rezza, riguarda invece la gestione dei malati gravi, per i quali non esiste un farmaco antivirale efficace. L’unica arma a disposizione dei medici, in questi casi, è il ricovero tempestivo in terapia intensiva, dove la respirazione artificiale può sopperire al collasso polmonare causato dall’infezione. Con una letalità che, storicamente, varia dall’1 al 15 per cento a seconda del ceppo e delle condizioni del paziente, la priorità assoluta è trasferire i feriti in strutture ospedaliere attrezzate prima che la sindrome respiratoria peggiori irreversibilmente.




