Wall Street nel caos: un report distopico sull’intelligenza artificiale fa crollare i titoli tecnologici

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non ci vuole molto, ormai, per scatenare movimenti tellurici in un listino azionario orfano di certezze e dominato, fino a ieri, dall’euforia per l’intelligenza artificiale. È bastata un’ipotesi, un esercizio di stile di settemila parole pubblicato da Citrini Research, per far perdere 800 punti al Dow Jones nella seduta di lunedì 23 febbraio, innescando una svendita che ha colpito duramente il settore del software e, a catena, altri comparti apparentemente distanti come quello del credito privato e dei servizi finanziari -1. Il rapporto, diventato virale sulla piattaforma X con oltre sette milioni e mezzo di visualizzazioni, dipinge uno scenario cupo e paradossale in cui il successo stesso dell’intelligenza artificiale – quella che gli analisti chiamano “AI-fonia” – si trasforma nel suo peggior nemico, innescando una spirale recessiva capace di risucchiare l’intera economia reale -1-3.

La teoria del Pil fantasma e il crollo dei giganti del software

La tesi centrale del report, intitolato “The 2028 Global Intelligence Crisis”, si fonda sul concetto di “Pil fantasma”: l’intelligenza artificiale, sostengono gli autori, spingerà al rialzo la produttività e la crescita del prodotto interno lordo, ma lo farà sostituendo il lavoro intellettuale umano, quello dei colletti bianchi, con macchine che non consumano. Nei primi anni di adozione massiccia dell’IA, le aziende incrementerebbero i profitti grazie ai minori costi del personale, riversando quei guadagni in ulteriori investimenti nell’automazione. Il problema, spiega il rapporto, è che se i lavoratori perdono il posto, il loro potere d’acquisto si azzera; calano i consumi, peggiorano gli utili aziendali e le imprese, per far fronte alla crisi, tagliano ancora posti di lavoro, chiudendo il cerchio in un circolo vizioso -1-2. In questo quadro, entro il 2028 il tasso di disoccupazione americano potrebbe balzare al 10,2% e l’indice S&P 500 perdere il 38% in due anni.

Il mercato ha reagito in modo chirurgico, colpendo proprio quei settori esposti a questo “repricing” del lavoro cognitivo -8. IBM ha registrato un tonfo storico del 13,15%, la peggiore seduta degli ultimi venticinque anni, trascinando con sé tutto il comparto: Datadog, CrowdStrike e Zscaler hanno perso oltre il 9%, mentre l’indice delle società software americane ha lasciato sul campo il 24% dall’inizio dell’anno -1-2-6. Il mercato, insomma, ha prezzato l’idea che i modelli di business basati su licenze “per postazione” o sulla consulenza professionale a ore possano essere disintermediati da agenti software sempre più autonomi. Non è un caso che il rapporto citi esplicitamente piattaforme come DoorDash, le cui azioni sono precipitate del 6,6%, quale esempio paradigmatico di aziende i cui margini verrebbero erosi dalla nuova concorrenza tecnologica -1.

Il contagio finanziario e la fuga verso i beni rifugio “fisici”

La paura, però, non si è fermata al solo comparto tecnologico. L’analisi di Citrini Research ipotizza una crisi sistemica che, partendo dalla disoccupazione di massa, si allarghi al sistema finanziario: dal crollo del mercato immobiliare, con conseguenti default sui mutui, fino al dissesto del credito privato, quel private credit che negli ultimi anni ha finanziato in modo massiccio proprio le start-up tecnologiche -1-6. E infatti, nella seduta di lunedì, i titoli di colossi come KKR e Apollo Global Management sono scesi rispettivamente del 16 e dell’11 per cento da inizio anno, mentre Blue Owl Capital ha visto dimezzarsi il proprio valore dai massimi storici -3-6.

Di fronte a questo scenario, gli investitori hanno iniziato a distinguere tra vincitori e vinti, abbandonando i settori “immateriali” per rifugiarsi in quei comparti percepiti come più difficili da automatizzare con un semplice prompt. È la cosiddetta strategia “Halo”, acronimo di “Heavy assets, low obsolescence”: beni pesanti, a bassa obsolescenza, come industriali, materie prime, utilities e beni di consumo di prima necessità. Aziende, insomma, che possiedono catene di fornitura fisiche e impianti difficilmente replicabili da un algoritmo -8. Il denaro, in altre parole, ha cercato riparo in tutto ciò che un’intelligenza artificiale non può (ancora) toccare con mano.

Le reazioni del mercato tra scetticismo e consapevolezza

Se da un lato la viralità del rapporto ha innescato il panico, dall’altro non sono mancate voci critiche che ne hanno sottolineato l’eccessiva drammatizzazione. Michael O’Rourke, chief market strategist di JonesTrading, ha definito “sbalorditiva” la reazione dei mercati, capaci di mostrare una resilienza straordinaria di fronte a notizie negative reali e di crollare, invece, per un “racconto di fantasia” -1. Fortune, dal canto suo, ha ricordato come la tesi del “Pil fantasma” ignori le lezioni della storia: la riduzione dell’occupazione in agricoltura, con l’avvento dei cibi pronti, non ha distrutto valore ma lo ha redistribuito altrove, creando nuove figure professionali -1.

Eppure, lo stesso autore del rapporto, Alap Shah, intervistato da Bloomberg, ha ammesso di essere stato sorpreso dall’ampiezza della reazione, pur sottolineando come il mercato fosse già maturo per una correzione: il trade sull’intelligenza artificiale andava avanti da tre anni e mezzo in linea retta, con pochi compratori ancora in grado di entrare -7. La paura, insomma, era già lì, sottotraccia. Bastava un grido nel vuoto, anche solo un’ipotesi di 7.000 parole, per farla venire a galla.

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