La Procura di Cuneo chiede il processo per la morte di Anisa: un braccialetto del colore sbagliato e una catena di responsabilità

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A quasi due anni di distanza da quel 17 luglio 2024, la scomparsa di Anisa Murati, la bambina di sette anni annegata nelle acque del biolago del bioparco AcquaViva di Caraglio, potrebbe presto conoscere il suo primo banco di prova processuale. La Procura di Cuneo, al termine di un'indagine complessa e minuziosa coordinata dal pubblico ministero Alessia Rosati, ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per sei persone, chiamate a rispondere a vario Titolo di omicidio colposo. Tra loro, figurano non solo chi avrebbe dovuto vigilare sulla bambina quel giorno, ma anche coloro che, mesi e anni prima, avrebbero progettato e certificato come sicura una struttura che tale, secondo l'accusa, non era.

Un errore fatale nel sistema di sorveglianza

Il cuore dell'impianto accusatorio, per quanto riguarda la dinamica immediata della tragedia, ruota attorno a un banale quanto letale equivoco. Anisa, che faceva parte di un gruppo di una cinquantina di bambini dell’“Estate ragazzi” organizzato dalla parrocchia di Demonte, non sapeva nuotare. Tuttavia, secondo le indagini, le venne consegnato un braccialetto arancione, il colore che nel sistema di identificazione del parco contraddistingueva i nuotatori, al posto di quello verde riservato ai non nuotatori, i quali avrebbero dovuto fare accesso all'acqua esclusivamente con i braccioli e sotto stretta vigilanza. Un errore di attribuzione, questo, addebitato dalla Procura alle due uniche animatrici maggiorenni presenti, le quali, nelle more delle verifiche, avrebbero omesso di controllare che la piccola utilizzasse i dispositivi di galleggiamento, consentendole di fatto di avvicinarsi al lago senza le dovute precauzioni e con una sorveglianza ritenuta inadeguata.

Alle condotte omissive contestate al personale accompagnatore, si aggiungono quelle relative alla gestione dell'emergenza. Quando ci si accorse della scomparsa di Anisa, trascorsero minuti preziosi: le animatrici, come emerso dalle carte, non allertarono tempestivamente i soccorsi né organizzarono ricerche immediate e coordinate, un ritardo che si rivelò fatale e che viene loro contestato, così come al gestore della struttura, Roberto Manzi, accusato di non aver predisposto un piano di emergenza efficace, specialmente in considerazione dell'utenza composta in larga parte da minori.

Il ruolo del parroco e le criticità strutturali del biolago

L'ombra della negligenza, nell'ottica degli inquirenti, si allunga fino a raggiungere don Fabrizio Della Bella, il parroco di Demonte organizzatore del centro estivo. Pur non essendo fisicamente presente a Caraglio il giorno della gita, il sacerdote è indagato per aver disposto l'escursione autorizzando un gruppo con un numero di animatori giudicato insufficiente per un controllo adeguato su tutti i bambini. A gravare sulla sua posizione, inoltre, vi sarebbe la consapevolezza, maturata in precedenza, che i giovani accompagnatori erano soliti agire con imprudenza e imperizia, una circostanza che, secondo la Procura, avrebbe dovuto indurlo a misure ben più rigorose o persino a impedire la balneazione.

Parallelamente alle responsabilità umane e organizzative, l'inchiesta ha dissotterrato un'altra verità, se possibile ancor più amara, relativa alla sicurezza intrinseca del bacino. La richiesta di rinvio a giudizio coinvolge anche l'ingegner Stefano Ferrari, progettista e direttore dei lavori, e l'architetto Graziano Viale, responsabile dell'Ufficio tecnico del Comune di Caraglio. Per loro, oltre all'omicidio colposo, scatta l'accusa di falso in atto pubblico. Gli accertamenti hanno infatti rivelato che il biolago non sarebbe stato realizzato in conformità al progetto esecutivo approvato: mancavano, nei fatti, la recinzione delle sponde, un sistema di galleggianti che separasse la zona dei non nuotatori (profonda 1,10 metri) da quella dei nuotatori (con un picco di 3,75 metri), e un'adeguata cartellonistica segnaletica che indicasse i dislivelli. Nonostante queste difformità, Ferrari e Viale firmarono un certificato di regolare esecuzione, attestando falsamente la conformità dell'opera e contribuendo, di fatto, a creare le premesse per una tragedia annunciata.

Le omissioni del gestore e le carenze nei soccorsi

Completa il quadro delle accuse la posizione di Roberto Manzi, il gestore del bioparco, al quale si contesta un ventaglio di omissioni che spaziano dalla mancata sicurezza strutturale alla gestione del personale. Non solo, come già evidenziato, non avrebbe garantito l'applicazione delle normative di sicurezza previste dal progetto (recinzioni, scalette, boe), ma avrebbe anche gravemente sottodimensionato il servizio di salvataggio: su quattro bagnini previsti in relazione all'afflusso di pubblico, quel giorno ne erano presenti solo due, e al momento del lancio dell'allarme per la scomparsa di Anisa, soltanto uno era effettivamente in servizio. A questo si aggiunge la mancata adozione di regole chiare per la distribuzione dei braccialetti colorati – che di fatto vanificava l'intero sistema di identificazione – e la decisione di non impedire la balneazione nonostante le acque fossero torbide e il fondale scivoloso, condizioni che rendevano difficoltoso il monitoraggio dei bagnanti e ancor più complesse eventuali operazioni di soccorso.

La parola, ora, passa al giudice per l'udienza preliminare, che dovrà valutare la fondatezza delle richieste della Procura e decidere se i sei indagati – il parroco, le due animatrici, il gestore, il progettista e il tecnico comunale – debbano affrontare un processo per chiarire, una volta per tutte, come sia stato possibile che una bambina di sette anni potesse annegare in un luogo deputato allo svago e alla sicurezza dei bagnanti.

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