Gino Cecchettin: «L'educazione affettiva a scuola non è un pericolo»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A due anni dalla scomparsa di Giulia Cecchettin, il cui femminicidio ha scosso l'opinione pubblica, il padre Gino, divenuto presidente della Fondazione intitolata alla figlia, ha portato la sua testimonianza dinanzi alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. In un passaggio cruciale del suo intervento, ha affrontato con determinazione le obiezioni che spesso circondano questo tema, dichiarando: «So bene che ci sono paure, resistenze e incomprensioni, ma vi assicuro che l'educazione affettiva non è un pericolo». Secondo la sua visione, maturata in un dolore inenarrabile, essa rappresenta piuttosto «una protezione, non toglie nulla a nessuno, ma aggiunge qualcosa a tutti: consapevolezza, rispetto e umanità».

Il tempo scandito dal dolore

In una recente intervista, Cecchettin ha riflettuto sulla lenta e penosa percezione del tempo trascorso senza la figlia, affermando di aver vissuto questi due anni prevalentemente nel dolore. Ha poi toccato un punto delicatissimo, ossia il concetto di giustizia, spiegando come la ricerca di una pena esemplare, per quanto istintiva, non sia la sua priorità. «Ci sono dolori che non si allevieranno mai, con nessun tipo di pena», ha osservato, aggiungendo che insistere per il riconoscimento formale della crudeltà subita significherebbe prolungare una battaglia estenuante.

Una priorità educativa rispetto alla pena

La sua posizione, che potrebbe apparire controcorrente, è in realtà il frutto di una profonda riflessione sulla prevenzione. Cecchettin ha espresso con chiarezza di non volersi concentrare sulla richiesta di pene più severe per gli autori di femminicidi, preferendo di gran lunga un'azione che agisca alle radici del problema. La sua battaglia, quindi, non si svolge in aula durante un processo, ma idealmente tra i banchi di scuola, dove ritiene sia necessario intervenire per formare le coscienze dei giovani.

La fondazione come impegno concreto

Attraverso l'operato della Fondazione che porta il nome di Giulia, il cui obiettivo principale è proprio la promozione dell'educazione alle relazioni affettive, il padre trasforma il suo lutto in un impegno sociale preciso. Questo progetto, che mira a dotare gli studenti degli strumenti emotivi e culturali per costruire rapporti sani e rispettosi, costituisce la risposta più concrete alle circostanze che hanno portato alla tragedia. È un'iniziativa che, nelle sue parole, non intende sottrarre nulla ma arricchire tutti, ponendo le basi per un cambiamento culturale profondo e duraturo.

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