Transizione 5.0, il decreto attuativo gelifica le imprese: escluso il cloud

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il decreto attuativo del piano Transizione 5.0, firmato il 4 maggio dal ministro delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), Adolfo Urso, e atteso in operatività per i primi giorni di giugno, ha già acceso un nuovo fronte di scontro con il mondo produttivo. Se a inizio aprile le aziende avevano accolto con sollievo il ripristino degli stanziamenti e la volontà di non lasciare indietro gli investimenti già avviati, oggi il clima è radicalmente cambiato: nel testo finale del provvedimento, spicca l’esclusione degli investimenti in cloud dalle agevolazioni, una scelta che ha spinto associazioni di categoria e industriali a parlare apertamente di un «passo indietro» sul percorso di digitalizzazione del paese.

Una lunga gestazione segnata da ritardi e strascichi polemici

La firma del ministro Urso è arrivata al termine di una “concertazione” tecnica complessa con il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), un confronto che i giornali economici hanno definito «più complicato del previsto» e che ha richiesto correzioni ritenute penalizzanti dalle lobby imprenditoriali. Il nodo principale, quello che ha fatto saltare i nervi degli uffici studi di Confindustria, riguarda la stretta sulle certificazioni e, appunto, la cancellazione dei software in modalità "on demand" dall’iperammortamento. Una scelta che, a detta dei rappresentanti degli industriali lombardi, appare come un'azione «ostile» contro chi cerca di innovare l’apparato produttivo.

Non si tratta, infatti, dell’unico elemento a creare frizioni. Solo poche settimane prima dell’ok definitivo al decreto, il governo era stato costretto a una rovinosa retromarcia sugli “esodati” della misura. Inizialmente, un decreto fiscale di fine marzo aveva infatti ridotto drasticamente – al solo 35% del richiesto – il credito d’imposta per migliaia di aziende che avevano già programmato, o addirittura completato, acquisti di macchinari a maggiore efficienza energetica. Una situazione definita «inaccettabile» da Confindustria Vicenza, che parlava di «rottura del patto di fiducia».

La rivolta silenziosa del manifatturiero e i nodi irrisolti del meccanismo

Se la correzione del tiro sugli “esodati” (con il credito d’imposta risalito all’89,77% e la rimozione del vincolo del "Made in Ue" per i macchinari) ha evitato il peggio, la vicenda ha lasciato strascichi pesanti. Le imprese, specialmente quelle medio-piccole del Nord Est, denunciano di aver perso mesi preziosi in attesa della burocrazia. Un’imprenditrice del settore packaging, ospite de Il Fatto Quotidiano, ha raccontato il caso emblematico di un investimento da oltre 130mila euro che, tra mille rinvii normativi, rischiava di trasformarsi in un ammanco finanziario improvviso, costringendo le aziende a rivedere i bilanci appena chiusi.

A queste tensioni si aggiunge un'altra variabile di peso: il ruolo delle Energy Service Companies (ESCo). Con il nuovo impianto dell’iperammortamento, che premia solo chi acquista formalmente il bene, l’associazione di categoria Assistal ha lanciato l’allarme. Come riportato da Askanews, escludere le ESCo dall’agevolazione rischia di tagliare fuori proprio il canale privilegiato attraverso cui molte Pmi, prive di capienza fiscale e liquidità per grossi investimenti, potrebbero accedere alla transizione energetica.

L’attesa per i chiarimenti applicativi

Mentre i riflettori restano accesi sul Mimit, la macchina organizzativa del Gse si prepara ad aprire la piattaforma telematica per le prenotazioni entro la prima decade di giugno. Resta però irrisolta, almeno per ora, la questione legata alla fruizione del credito residuo per le aziende escluse dalla precedente finestra temporale. Se da un lato il governo ha corretto i tiri più evidenti per evitare il blocco totale degli investimenti, dall’altro la scelta di escludere i servizi cloud e di inasprire gli oneri documentali conferma una linea di prudenza finanziaria che molti imprenditori faticano a digerire.

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