Cassiere licenziato dopo il test a sorpresa del carrello, il tribunale lo reintegra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un cassiere di Siena, Fabio Giomi, è stato licenziato dopo non aver superato, a sua insaputa, il cosiddetto test del carrello, una pratica di controllo interno sulla quale il giudice del lavoro del tribunale civile locale si è ora pronunciato con una sentenza che ne stabilisce l’illegittimità. La vicenda, che ha avuto un esito favorevole per il dipendente soltanto dopo un ricorso in sede giudiziaria, riaccende i riflettori sui metodi di sorveglianza adottati dalla grande distribuzione per contrastare un fenomeno criminale in ascesa, sollevando al contempo questioni fondamentali circa i limiti e le tutele nel rapporto di lavoro.

Il provvedimento del giudice e la reazione del licenziato

Il magistrato ha infatti ordinato alla società Pam Panorama, che gestisce il supermercato, di reintegrare immediatamente il lavoratore, versargli tutte le mensilità non corrisposte a titolo di risarcimento del danno e farsi carico delle spese processuali. Una decisione che Fabio Giomi, 62 anni, ha definito “un bel regalo di Natale”, esprimendo una gioia non soltanto personale ma legata al valore civile di una battaglia che, a suo dire, può costituire un precedente importante per altri colleghi. “Ai miei colleghi dico di non avere paura e di far sentire la propria voce per denunciare le ingiustizie. Insieme si vince”, ha commentato, pur rimarcando come i tempi e le modalità concrete del suo ritorno al lavoro siano ancora da definire nei dettagli.

La dinamica del controllo e la difesa dell'azienda

La procedura che ha portato al licenziamento è consistita in un’azione di verifica occulta, nella quale un ispettore interno ha predisposto un carrello della spesa contenente, astutamente nascosti tra altri prodotti, alcuni beni non regolarmente registrati, simulando così un tentativo di sottrazione. Giomi, che non si era accorto dell’artificio e non aveva quindi scansato il furto, è stato quindi considerato non superiore alla prova e posto fuori dall’organico. La compagnia, da parte sua, aveva giustificato la severità dei controlli – ribadendone in una nota la “piena legittimità” e “l’assoluta necessità” – con l’impennata dei reati predatori, dai furti nelle corsie alle rapine, che genererebbero ammanchi inventariali in costante crescita, quantificati in “30 milioni di euro”.

Le implicazioni della sentenza

La pronuncia del tribunale senese, tuttavia, sembra tracciare un confine netto tra l’esigenza di sicurezza aziendale e il rispetto dei diritti fondamentali del prestatore d’opera, dichiarando invalido il provvedimento disciplinare. La sentenza, come sottolineato dal segretario della Filcams Cgil di Siena, Mariano Di Gioia, che ha seguito la vertenza, condanna in toto la società non soltanto a riaccogliere il dipendente ma anche a risarcirlo integralmente, segnando un punto fermo in una materia delicata dove le esigenze di contrasto alla criminalità si scontrano con i principi di correttezza e le garanzie procedurali nei confronti dei lavoratori.

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