Iran, Najmeh Amini condannata a morte per un post sui social

Iran, Najmeh Amini condannata a morte per un post sui social
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una studentessa iraniana di 23 anni, Najmeh Amini, è stata condannata a morte da un tribunale di Mashhad per alcune espressioni pubblicate sui social network e giudicate blasfeme. La vicenda, denunciata dalle organizzazioni per i diritti umani Iran Human Rights e Hengaw, riguarda una giovane arrestata durante le proteste contro il regime. La sentenza capitale non è ancora definitiva e può essere sottoposta al giudizio della Corte Suprema iraniana. Il caso ha suscitato reazioni internazionali e richieste di intervento per impedire l'esecuzione.

Dall'arresto durante le proteste alla condanna per blasfemia

La giovane, iscritta a un corso universitario di contabilità, era stata arrestata il 31 gennaio 2026 nella zona del mercato Ferdowsi, durante le manifestazioni antigovernative. Secondo Hengaw, le forze di sicurezza avrebbero fatto ricorso alla violenza durante il fermo, trasferendola successivamente nel carcere di Vakilabad. L'organizzazione ha denunciato anche un periodo di isolamento durato circa tre mesi e pressioni finalizzate a ottenere confessioni. Nel corso della detenzione, la studentessa avrebbe incontrato difficoltà nell'accesso a un avvocato di propria scelta. Il procedimento si è sviluppato attraverso distinti filoni giudiziari, con accuse di natura religiosa e politica.

Il tribunale penale ha applicato la disposizione conosciuta come «sabb al-nabi», relativa all'insulto al profeta Maometto, un reato per il quale la legislazione della Repubblica islamica prevede la pena capitale. Durante il processo, la difesa ha sostenuto che le espressioni contestate fossero state formulate senza piena consapevolezza, richiamando anche uno stato di alterazione provocato dall'assunzione di sostanze allucinogene. Il giudice non ha accolto queste argomentazioni. Il contenuto preciso delle pubblicazioni contestate non è stato diffuso integralmente, mentre la decisione giudiziaria è stata pronunciata il 16 settembre.

In un procedimento separato, il Tribunale rivoluzionario ha inflitto alla studentessa una pena di 12 anni, sei mesi e un giorno di reclusione. Le contestazioni riguardano azioni contro la sicurezza nazionale e propaganda contro lo Stato. Nel corso delle indagini erano state formulate anche altre accuse, comprese quelle di collaborazione con Israele e di offesa alla Guida suprema. Le organizzazioni umanitarie hanno sollevato interrogativi sulle garanzie processuali e sul trattamento riservato alla detenuta, chiedendo che vengano rispettati il diritto alla difesa e le norme internazionali sui diritti fondamentali.

L'appello dal carcere e le denunce delle organizzazioni umanitarie

Da Vakilabad, la ragazza ha affidato a una registrazione audio una richiesta di aiuto rivolta all'esterno. Nel messaggio si descrive come una giovane innocente, con speranze, progetti e una famiglia che vive nell'angoscia di perderla. Chiede che la propria identità non venga ridotta alle poche righe di un fascicolo giudiziario e invita chi ascolta a ricordare il suo nome. Il suo appello è indirizzato ad avvocati, giuristi, attivisti e organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, affinché intervengano per garantire un processo equo e un riesame delle accuse.

Iran Human Rights ha criticato duramente la decisione. Il direttore Mahmood Amiry-Moghaddam ha definito estremamente allarmante l'imposizione della pena capitale a una giovane donna per dichiarazioni espresse online. L'organizzazione ha ricordato che nel 2023 due uomini sono stati giustiziati nel Paese per accuse legate alla blasfemia, denunciando il pericolo di un impiego più esteso della pena di morte contro la libertà di espressione. La normativa iraniana contempla alcune eccezioni per le dichiarazioni formulate involontariamente o in condizioni particolari, ma nel procedimento contro la studentessa tali circostanze non sono state riconosciute dai giudici.

La mobilitazione di Forza Italia davanti all'ambasciata iraniana

La vicenda ha provocato una presa di posizione anche nella politica italiana. Deborah Bergamini, esponente di Forza Italia, ha sostenuto l'iniziativa organizzata dal movimento giovanile del partito davanti all'ambasciata iraniana, prevista per sabato 17 ottobre. In una dichiarazione diffusa il giorno precedente, ha richiamato l'attenzione sulla necessità di difendere i diritti umani e ottenere la liberazione della studentessa. L'esponente azzurra ha accompagnato il proprio intervento con un messaggio esplicito: «Libertà per Najmeh Amini, diritti umani non ammettono silenzi».

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