Anna Tagliaferri, l'ultimo gesto del compagno in cura al Dipartimento di salute mentale
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Redazione Interno
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Una tranquilla domenica pomeriggio a Cava de’ Tirreni si è trasformata, nel giro di pochi minuti, in una scena di orrore che ha spezzato due vite e lasciato una famiglia nel dolore più profondo. Anna Tagliaferri è stata uccisa a coltellate dal compagno, Diego Di Domenico, il quale, dopo il gesto omicida, si è tolto la vita lanciandosi da un terrazzo condominiale. Un epilogo violento che ha colpito anche la madre della vittima, rimasta ferita nel tentativo, forse, di intervenire. Quello che emerge con drammatica chiarezza, nelle ore successive al fatto, è il quadro di un uomo che era seguito dai servizi di salute mentale della Asl di Salerno, un dettaglio che si carica di significati e domande, aggiungendosi a un altro tragico retaggio familiare: diversi anni fa, infatti, anche il padre di Diego Di Domenico si era suicidato in modo analogo, gettandosi da un balcone.
Il percorso nei servizi e l'assenza di segnali premonitori
Diego Di Domenico, la cui storia personale era già segnata da quella perdita lontana ma evidentemente non superata, risultava in carico al Dipartimento di salute mentale territoriale. Questo aspetto, che le indagini dovranno ovviamente approfondire per comprendere la natura e la continuità delle cure, si scontra con un dato apparentemente contraddittorio: dalle verifiche immediate delle forze dell'ordine, non risultano denunce presentate in passato da Anna Tagliaferri, né segnalazioni di episodi di violenza domestica pervenute da vicini o conoscenti della coppia. Una circostanza, quest'ultima, che purtroppo accomuna molti casi di femminicidio, dove la violenza spesso cova in silenzio, nascosta tra le mura domestiche, senza che all'esterno trapeli alcunché fino al momento dell'irreparabile.
La dinamica di una tragedia annunciata solo a posteriori
La sequenza degli eventi, ricostruita attraverso le prime risultanze investigative, parla di un'aggressione improvvisa e feroce, consumata all'interno dell'abitazione di via Ragone, dove la vita della quarantaduenne Anna è stata stroncata da numerosi fendenti. Subito dopo, l'uomo ha raggiunto l'ultimo piano dello stabile, trovando nella stessa modalità estrema scelta dal genitore la "soluzione" a un tumulto interiore che, forse, solo lui conosceva nella sua reale portata devastante. Un parallelismo macabro che non può non interrogare, ponendo l'accento su quanto le fragilità psichiche, quando non adeguatamente contenute o se sfuggite a ogni rete di protezione, possano riversarsi in gesti di annientamento di sé e dell'altro.
Le indagini e il silenzio che circondava la coppia
Il lavoro degli investigatori procede ora su un doppio binario, cercando da un lato di ricostruire con precisione la vicenda clinica di Diego Di Domenico, i suoi rapporti con i sanitari e l'eventuale evoluzione del suo quadro, dall'altro di ascoltare amici, parenti e colleghi per far luce sulla vita della coppia. Quello che si delinea, almeno in questa fase iniziale, è proprio l'assenza di un campanello d'allarme sociale, di quelle voci che spesso, dopo il fatto, riemergono a ricordare presunti litigi o comportamenti insoliti. Qui, invece, regna un silenzio che rende la tragedia ancor più amara e incomprensibile per chi rimane, incluso il dolore straziante di una madre che non solo ha perso la figlia, ma ha anche vissuto sulla propria pelle la violenza di chi avrebbe dovuto esserne parte.




