Microplastiche e fertilità, la ricerca accende i riflettori sui rischi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Le microplastiche sono state individuate in diversi campioni biologici legati alla riproduzione femminile, compreso il liquido follicolare che circonda gli ovociti durante la maturazione. La loro presenza apre nuovi interrogativi sui possibili effetti dell'inquinamento ambientale sulla fertilità, sulla gravidanza e sullo sviluppo del bambino. Il tema è stato affrontato dalla Federazione Sigo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia, durante la conferenza stampa dedicata alla salute della donna in un ambiente che cambia, con l'obiettivo di distinguere le evidenze scientifiche già documentate dai rischi che devono ancora essere dimostrati.

Microplastiche nel liquido follicolare: cosa ha rilevato la ricerca

Il follicolo ovarico rappresenta una fase fondamentale del percorso riproduttivo perché ospita l'ovocita mentre cresce e matura. Al suo interno si trova un liquido che fornisce nutrienti e segnali biochimici necessari allo sviluppo della cellula uovo. La rilevazione di particelle plastiche in questo ambiente porta l'attenzione su una fase precedente alla formazione della placenta e allo sviluppo della gravidanza, ampliando le domande scientifiche sull'esposizione agli inquinanti. Uno studio pubblicato sulla rivista Ecotoxicology and Environmental Safety ha esaminato il liquido follicolare di donne sottoposte a trattamenti di procreazione medicalmente assistita in una clinica di Salerno, rilevando microplastiche in una parte dei campioni analizzati. Il risultato documenta la presenza dei contaminanti, ma non dimostra da solo che siano responsabili di infertilità o di alterazioni della qualità degli ovociti.

Dalla placenta al sangue, le sostanze sotto osservazione

Le indagini scientifiche hanno identificato microplastiche anche nella placenta, nel sangue del cordone ombelicale e nel liquido amniotico, compartimenti biologici importanti per la gravidanza e lo sviluppo fetale. A queste particelle si affiancano sostanze chimiche impiegate nella produzione di materiali e oggetti di uso quotidiano, alcune delle quali possono interferire con il sistema endocrino. Il progetto Life PERSUADED, coordinato dall'Istituto superiore di sanità e condotto su coppie madre-bambino, ha rilevato metaboliti degli ftalati in tutti i partecipanti analizzati e bisfenolo A nella maggior parte dei casi. Si tratta di composti che richiedono attenzione per la loro possibile capacità di alterare la comunicazione ormonale, particolarmente importante nelle fasi sensibili dello sviluppo. La presenza di queste sostanze nei campioni biologici, tuttavia, non equivale automaticamente alla prova di un danno clinico.

Perché anche l'acqua può essere importante nello studio delle microplastiche

Un altro filone di ricerca riguarda il comportamento chimico delle particelle plastiche quando entrano in contatto con l'acqua. Uno studio pubblicato su Nature da ricercatori della Columbia University e dell'Università della California, Berkeley, ha individuato un meccanismo attraverso il quale microplastiche e nanoplastiche possono favorire la formazione di radicali altamente reattivi. Queste molecole possono danneggiare i tessuti biologici e contribuiscono a spiegare perché le particelle non debbano essere considerate necessariamente materiali chimicamente inattivi. Quando la plastica si frammenta, la superficie esposta aumenta rispetto al volume, creando maggiori possibilità di interazione con l'ambiente circostante. Gli esperimenti e le simulazioni dei ricercatori hanno approfondito il ruolo dell'interfaccia tra acqua e plastica, offrendo una possibile spiegazione dei meccanismi biologici da verificare con ulteriori studi.

La ricerca deve ancora chiarire in quali condizioni l'esposizione produca conseguenze misurabili sulla salute riproduttiva, quali quantità siano rilevanti e come confrontare i risultati ottenuti con metodi differenti. Per affrontare queste domande, gli esperti richiamano la necessità di studi clinici affidabili, sistemi di misurazione condivisi e sorveglianza ambientale, evitando di trasformare un'associazione osservata in una relazione causale non dimostrata. Sul piano quotidiano, l'epidemiologa Maria Grazia Petronio, vicepresidente di Isde Italia, indica alcune precauzioni per limitare l'esposizione evitabile: ridurre gli imballaggi monouso, scegliere contenitori riutilizzabili quando possibile e non riscaldare gli alimenti nella plastica.

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