La nuova politica di Trump per Gaza e il paradosso dell'isolamento israeliano
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il discorso con il quale Donald Trump ha presentato il suo piano per Gaza è stato interpretato da molti osservatori come una sottrazione di sovranità ai palestinesi. Questa operazione ha riecheggiato, con rinnovata asprezza, la dottrina interventista statunitense di inizio Novecento. La massima del “parlare a bassa voce ma brandire un grosso bastone”, che un tempo giustificava l'ingerenza in America Latina, sembra trovare una sua sinistra attualizzazione nelle recenti mosse della diplomazia a stelle e strisce. Queste mosse, pur ammantate di retorica conciliativa, celerebbero una sostanziale imposizione. Una visione che non tiene conto della complessa e drammatica asimmetria che caratterizza il conflitto, dove a una potenza militare strutturata si oppone una milizia che ha fatto della guerriglia e del terrore la sua arma principale.
La giustificazione della violenza e la crisi umanitaria
Mohammed Dahlan, ex comandante delle forse di sicurezza a Gaza, ha a più riprese teorizzato una pericolosa equiparazione. Egli giustifica gli attacchi ai civili israeliani come una risposta inevitabile all’uccisione di palestinesi. Secondo questa logica, persino la brutalità dell’assalto del 7 ottobre 2023 verrebbe assunta come un rimedio estremo. Questo sarebbe l'unico disponibile di fronte a quella che viene percepita come una minaccia esistenziale dopo gli accordi di Abramo. È in questo quadro che si consuma la tragedia di una Terra Santa devastata, dove la scintilla di due anni fa ha innescato un inferno di violenze, crimini contro l’umanità e una crisi umanitaria di proporzioni inaudite. La risposta internazionale è apparsa finora largamente inefficace.
Il paradosso dell'isolamento per Israele
Si delinea, pertanto, un paradosso di non poco conto per Tel Aviv. Mentre procede con la sua offensiva, Israele sembra avviarsi a sperimentare, seppur in forme diverse, una forma di isolamento simile a quella che esso stesso ha imposto alla striscia di Gaza per anni. Voci sempre più insistenti sollecitano la comunità internazionale a interrompere le collaborazioni, in particolare quelle di natura scientifica e tecnologica in ambito difensivo, e a considerare l’ipotesi di sanzioni mirate. L’embargo, da strumento di pressione unilaterale, rischia così di trasformarsi in una gabbia le cui sbarre potrebbero stringersi anche attorno a chi l’aveva forgiata. Si tratta di uno sviluppo che, se confermato, segnerebbe una svolta epocale nelle relazioni diplomatiche ed economiche di un paese che ha sempre fatto della sua integrazione occidentale un punto di forza.




