L’India scommette tutto sull’intelligenza artificiale, e i big della tecnologia rispondono presenti: da Delhi parte la sfida per un nuovo ordine digitale
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Redazione Esteri
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Correva l’anno 2024, o forse era già il 2025, quando si discuteva di intelligenza artificiale nei salotti buoni e nei cocktail party della diplomazia occidentale; oggi, nel febbraio del 2026, il dibattito si è concretizzato in ben altro palcoscenico, quello dell’India AI Impact Summit che si tiene a New Delhi, una vetrina imponente che il primo ministro Narendra Modi ha aperto di persona per lanciare un messaggio chiaro e inequivocabile al mondo. La due giorni, che di fatto impegnerà la capitale indiana per l’intera settimana, ha richiamato sotto le sue volte un parterre di amministratori delegati che fino a pochi anni fa avrebbero sorvolato il subcontinente indiano senza degnarlo di uno sguardo, ma che oggi — complice la saturazione dei mercati occidentali e la necessità di nuovi bacini di utenza — sono pronti a fare la fila per accaparrarsi una fetta di questo mercato. E così Sundar Pichai, il ceo di Alphabet che di origini indiane è poi sempre orgogliosamente rivendica la sua appartenenza, se l’è visto passeggiare per i corridoi del convention center insieme a Sam Altman di OpenAI, mentre Demis Hassabis di Google DeepMind e Dario Amodei di Anthropic prendevano appunti durante le sessioni plenarie, consapevoli che l’India non vuole essere solo un banale assemblatore di chip o un fornitore di manodopera a basso costo, ma ambisce a diventare il laboratorio globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sviluppo umano -1-5.
Il grande gioco degli investimenti e l’assenza che pesa
L’entusiasmo delle autorità indiane, per la verità, non è riuscito a nascondere del tutto una piccola crepa nel fronte dei big della tecnologia, e il nome di questa crepa è Jensen Huang, il fondatore e amministratore delegato di Nvidia, la cui assenza si è fatta notare più della sua possibile presenza. Huang, che in India ci era venuto più volte e con Modi aveva intrattenuto rapporti cordiali e costruttivi, avrebbe dovuto essere la ciliegina sulla torta di questa edizione del summit, almeno secondo le attese della vigilia; invece, una nota laconica del suo ufficio stampa ha parlato di “imprevisti” che lo hanno costretto a rimanere negli Stati Uniti, lasciando un vuoto che i commentatori locali faticano a interpretare come un semplice contrattempo logistico -1. Resta il fatto che le promesse di investimenti, quelle sì, sono piovute copiose e senza tentennamenti: il governo indiano, per bocca del ministro per l’Elettronica e l’Information Technology Ashwini Vaishnaw, ha rivelato che nei prossimi anni si punta a raccogliere la cifra monstre di 200 miliardi di dollari in infrastrutture dedicate all’AI, con Google che ha già messo sul piatto 15 miliardi per un nuovo centro di intelligenza artificiale, Microsoft che ha annunciato un piano da 17,5 miliardi — il più grande mai realizzato in Asia — e Amazon che, forte della sua vocazione ai servizi cloud, ha promesso di iniettare nel paese ben 35 miliardi di dollari entro la fine del decennio -10.
Il colosso Adani si muove e parla di sovranità tecnologica
Non sono solo le multinazionali straniere, però, a muovere le acque in questo subcontinente in ebollizione; il gruppo Adani, il conglomerato guidato da Gautam Adani che spazia dai porti all’energia verde, ha approfittato del palcoscenico offerto dal summit per annunciare un piano ambizioso e di lungo respiro, con un investimento diretto di 100 miliardi di dollari destinato alla costruzione di data center iperscalari alimentati esclusivamente da fonti rinnovabili. L’idea, come ha spiegato lo stesso Adani in una nota diffusa alla stampa, è quella di creare una piattaforma energetica e di calcolo che possa garantire all’India quella che lui definisce “sovranità tecnologica”, un concetto che nelle cancellerie del Global South inizia a fare breccia e a spaventare qualcuno in occidente -2. Il progetto, che si basa sulla colossale infrastruttura di pannelli solari di Adani Green Energy nel deserto del Kutch — dove già oggi si producono oltre 10 gigawatt, con l’obiettivo di arrivare a 30 — prevede di espandere la capacità dei data center di AdaniConneX dagli attuali 2 a 5 gigawatt, creando di fatto la più grande piattaforma integrata al mondo tra produzione di energia pulita e capacità di calcolo, una scommessa che nei prossimi dieci anni potrebbe attrarre un indotto complessivo di 250 miliardi di dollari tra produzione di server, infrastrutture elettriche avanzate e piattaforme cloud sovrane -2-6.
L’Italia c’è, e la visita di Urso suggella l’asse con Meloni
Mentre i manager americani e asiatici si confrontavano sulle architetture dei chip e sulla necessità di formare ingegneri specializzati, il governo italiano ha voluto marcare la sua presenza con una delegazione guidata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, il quale — dopo aver partecipato al Consiglio dei ministri di martedì — è partito alla volta di New Delhi per rappresentare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in questa importante kermesse -3. Urso, che giovedì prenderà la parola durante la sessione inaugurale insieme a Modi, siederà poi al tavolo della “Discussione Ministeriale di Alto Livello” dove si confronterà con i rappresentanti di altri governi per delineare strategie comuni che possano guidare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale verso binari etici e sostenibili, evitando che la corsa all’oro digitale diventi l’ennesima occasione per ampliare il fossato che separa i paesi ricchi da quelli poveri -3. Non è un caso, del resto, che il summit indiano abbia messo al centro del suo programma proprio il tema del divario tecnologico, con sessioni interamente dedicate alle applicazioni dell’AI nei paesi in via di sviluppo: si parla di sanità, di agricoltura, di strumenti che possano davvero migliorare la vita delle persone, come quei trinciaforaggi che in molte regioni dell’India e dell’Africa causano ogni anno migliaia di incidenti e amputazioni, e che grazie a sensori intelligenti potrebbero un giorno diventare molto meno pericolosi per i contadini che li utilizzano.




