Roma, agguato con una mannaia alla nuora dopo la separazione dal figlio: arrestato suocero 85enne

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Aveva appena accompagnato i tre figli a scuola, un gesto quotidiano e ordinario che scandisce le mattine di tante madri, quando il suo percorso, in via di Bravetta, si è trasformato in una trappola mortale. Era l’alba di ieri, poco dopo le nove, quando Maria Luisa L., 41 anni, ha incrociato lo sguardo del suocero, Michele Totò, 85 anni, un uomo che conosceva bene e dal quale, evidentemente, non si sarebbe mai aspettata un’aggressione tanto feroce. L’anziano, ex ispettore della polizia penitenziaria in pensione, originario di Petritoli in provincia di Fermo, l’ha aspettata nascosto, o forse semplicemente appostato, certamente armato di una mannaia da macellaio, uno di quegli attrezzi che nulla hanno a che fare con un confronto civile. Alcuni testimoni, la cui presenza si è rivelata cruciale per la ricostruzione dei fatti, hanno raccontato agli inquirenti di averlo visto poco prima, mentre sorseggiava un caffè al bancone di un bar della zona; un gesto di ordinaria normalità, quello del rito mattutino italiano, compiuto con la macabra consapevolezza di ciò che stava per accadere, una tranquillità agghiacciante che precede la furia.

L’aggressione, secondo quanto ricostruito dai carabinieri della Compagnia Trastevere e della stazione di Roma Bravetta, è scattata nel momento in cui la donna è scesa dall’auto, rientrando a piedi. Senza un apparente preavviso, l’ottantacinquenne le si è scagliato contro, brandendo l’arma e colpendola con violenza inaudita. I fendenti, mirati soprattutto al capo, piovevano in sequenza, e la vittima, nel disperato tentativo di proteggersi, ha alzato le braccia, riportando così ferite lacero-contuse profonde anche agli arti superiori. “Hai rovinato la vita a mio figlio”, avrebbe gridato l’uomo mentre infieriva, parole secche che condensano un movente chiaro agli investigatori: la sua furia omicida sarebbe scattata a causa della separazione della nuora dal figlio, un atto di autonomia che l’anziano non era disposto ad accettare. Le sue stesse parole, una volta bloccato, non lasciano spazio a interpretazioni: “Doveva morire, mi dispiace di non essere riuscito ad ammazzarla”, avrebbe detto, secondo quanto riportato, rivelando una determinazione e una mancanza di pentimento che gelano il sangue.

A spezzare la catena di violenza è stato il caso, o forse il destino, incarnato dalla prontezza di un maresciallo dei Carabinieri, libero dal servizio in quel momento. Il sottufficiale, che si trovava a passare di lì, forse diretto a casa o a sbrigare commissioni personali, non ha esitato un istante: ha visto la scena, ha compreso la gravità e si è frapposto tra l’aggressore e la sua vittima, riuscendo a disarmare e immobilizzare l’ottantacinquenne in attesa dell’arrivo della gazzella. Un intervento tempestivo che ha impedito che l’agguato si concludesse in una tragedia annunciata, salvando di fatto la vita alla quarantunenne, soccorsa dal 118 e trasportata in codice rosso all’ospedale San Camillo. Qui i medici, dopo averle suturato le ferite alla testa e alla mano, hanno mantenuto una prognosi riservata, sebbene, nelle ultime ore, le sue condizioni siano state definite stabili e non in pericolo di vita, anche se non si esclude la necessità di un intervento chirurgico riparativo alla mano.

L’arresto e il profilo di un uomo che ha varcato la soglia

Per Michele Totò, 85 anni, le porte del carcere si sono aperte in un ruolo completamente diverso rispetto a quello che aveva ricoperto per una vita. Da ispettore della polizia penitenziaria, era lui a vigilare perché le celle si chiudessero su altri; ieri sera, invece, è stato lui a varcare la soglia di Rebibbia, accompagnato dai carabinieri, in seguito all’arresto per tentato femminicidio, un’accusa che pesa come un macigno e che configura l’aggravante dei futili motivi, legati alla fine del matrimonio del figlio. La mannaia, l’arma del folle gesto, è stata sequestrata, e ora gli inquirenti, coordinati dalla Procura di Roma, stanno setacciando i rapporti familiari per comprendere se ci fossero stati segnali premonitori, litigi o tensioni pregresse che potessero far presagire un tale epilogo. La dinamica, però, parla chiaro: un appostamento, un’arma letale, una frase di accusa pronunciata mentre si colpiva, e infine il crudele rammarico per non aver portato a termine il disegno omicida. Elementi che delineano la premeditazione e una ferocia difficilmente comprensibile, specialmente se si considera l’età dell’aggressore e il legame di parentela che lo univa alla donna, madre peraltro dei suoi nipoti.

La dinamica dell’agguato e le indagini in corso

L’intera sequenza, dalla colazione al bar fino all’intervento del carabiniere fuori servizio, è al vaglio degli investigatori, che stanno ascoltando testimoni e acquisendo eventuali immagini di telecamere di sorveglianza. Si cerca di ricostruire con precisione ogni istante di quella mattina di terrore, per consolidare un quadro probatorio che appare già solido. La violenza dell’aggressione, con la vittima colpita ripetutamente alla testa in una strada di una capitale europea, riporta alla luce il dramma della violenza domestica e di genere, declinato in una forma peculiare e forse meno raccontata: quella dell’intromissione violenta della famiglia d’origine del marito. Il dolore e la paura di Maria Luisa L., ora al sicuro in un letto d’ospedale, si intrecciano con la necessità di giustizia, mentre l’uomo, nonostante l’età avanzata, si trova ora a dover rispondere delle sue azioni in un’aula di tribunale, lontano da quella vita ritirata che probabilmente immaginava per i suoi ultimi anni.

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