La riforma sulla disoccupazione dei frontalieri e il costo per la Svizzera: pressioni dalla Francia e il nodo del monitoraggio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La modifica dell’ordinanza sulle prestazioni di disoccupazione per i frontalieri, quella che di fatto sposta l’onere economico dal paese di residenza a quello di impiego, potrebbe tradursi per la Confederazione in un esborso annuo fino a 900 milioni di franchi. Una cifra, quest’ultima, che non rappresenta tuttavia l’unico elemento di complessità nell’equazione tecnico-finanziaria che Berna si trova a dover risolvere. Esiste infatti una conseguenza secondaria, ma non per questo meno gravosa, legata alla gestione pratica dei flussi di lavoratori che quotidianamente varcano il confine.

Il costo del monitoraggio e il ruolo degli URC

Se sarà la Svizzera, come da bozza attuale, a farsi carico delle indennità – e non più il paese d’origine del lavoratore – allora le spetterà anche l’obbligo, tutt’altro che marginale, di garantire il monitoraggio diretto degli iscritti alle liste di mobilità. A chiarire il punto è stato Jérôme Cosandey, capo della Direzione del lavoro presso la SECO, il quale intervenendo stasera ai microfoni della RTS ha spiegato che “dovremo mettere a disposizione personale degli Uffici regionali di collocamento (URC)”. Un’operazione, questa, che richiede strutture, formazione e un apparato amministrativo già messo a dura prova da altre priorità interne. La posta in gioco, insomma, non è soltanto finanziaria: riguarda la capacità operativa di un sistema, quello della mediazione tra domanda e offerta di lavoro, che finora non aveva competenza diretta su questa specifica categoria di lavoratori.

Le pressioni della Francia: Farandou alza la voce

Nel frattempo, e proprio mentre il dossier tecnico arranca tra le pieghe dei dipartimenti federali, da Parigi arrivano segnali politici netti. Il ministro francese del lavoro Jean-Pierre Farandou ha dichiarato di voler “fare pressione” sulla Svizzera affinché recepisca e applichi il nuovo accordo europeo relativo alle indennità di disoccupazione dei frontalieri. La sua posizione – resa pubblica senza troppi giri di parole – si fonda su un doppio ordine di considerazioni: da un lato l’esistenza di accordi bilaterali che legano la Confederazione all’Unione europea, dall’altro il fatto che Berna “trae notevoli vantaggi dalle sue buone relazioni economiche con l’Ue”. Farandou, mostrandosi convinto dell’esito finale della partita, ha aggiunto: “Ci vorrà un po’ di tempo, ma ci arriveremo, ne sono certo”. Un’affermazione che, pur nella sua genericità, delinea con chiarezza l’asse dello scontro: la Francia non intende lasciare sul tavolo una partita da centinaia di milioni, e userà tutti gli strumenti diplomatici a disposizione per piegare la resistenza elvetica.

Il fronte parallelo dell’autotrasporto: il codice 72 e i camionisti brasiliani

Se la vertenza sui frontalieri coinvolge principalmente mercato del lavoro e bilanci cantonali, un’altra partita si gioca sull’asse dei trasporti, e più precisamente su quello che gli addetti del settore chiamano ormai il “codice 72”. L’Europa, attraverso la Direttiva UE 2025/2205, ha infatti iniziato a riscrivere le regole per gli autisti stranieri, creando un nuovo strumento normativo destinato a semplificare drasticamente il reclutamento extracomunitario. In attesa che il quadro diventi pienamente operativo, alcune imprese non hanno perso tempo: Girteka, colosso del settore, ha già annunciato l’arrivo dei primi autisti dal Brasile, mentre almeno altre sedici aziende europee starebbero organizzando piani per assumere oltre duemila conducenti provenienti dal Sud America. Una corsa all’ingaggio che, se da un lato risponde a una cronica carenza di personale, dall’altro solleva interrogativi sulle condizioni contrattuali e sulla formazione di questi lavoratori, chiamati a operare su strade e con codici della strada che non sono i loro.

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