Milano guarda a New York: la tassa sui super ricchi divide (e unisce) i sindaci
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Redazione Esteri
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Mentre oltreoceano il sindaco socialista di New York, Zohran Mamdani, stringe il cerchio sui grandi patrimoni con una nuova proposta per aumentare la pressione fiscale sulle seconde case di lusso — mossa volta a reperire risorse fondamentali per i servizi pubblici e il welfare cittadino — a Milano il dibattito sulla gentrificazione e l’attrattività della città si fa sempre più acceso. L’amministrazione guidata da Giuseppe Sala, alle domande del Corriere della Sera su questo delicato equilibrio tra lo sviluppo internazionale del capoluogo lombardo e la crescente disparità sociale, ha espresso una posizione un po' più sfumata ma decisa. “Se potessi li tasserei anch'io”, ha dichiarato il primo cittadino meneghino, manifestando una sostanziale sintonia con l’obiettivo della controparte statunitense, sebbene all’interno di un contesto normativo e politico profondamente diverso. La notizia, rimbalzata ieri sui principali circuiti d’informazione, riguarda l’introduzione della cosiddetta “pied-à-terre tax” nella Grande Mela, una sovrattassa annuale che colpirà le proprietà di lusso il cui valore supera i 5 milioni di dollari e che non vengono utilizzate come residenza principale.
Un provvedimento studiato per i “paperoni” assenteisti
Il provvedimento, promosso congiuntamente dal sindaco Mamdani e dalla governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, mette fine a oltre un decennio di tentativi andati a vuoto. A differenza di quanto accaduto nel 2019, quando le pressioni delle lobby immobiliari avevano affossato una proposta simile, questa volta l’intesa politica sembra reggere. La tassa, che si applicherà a condomini, case unifamiliari e cooperative abitative, è stata accolta con favore da oltre il 93% dei newyorkesi secondo i sondaggi citati dal municipio, ed è pensata per colpire i cosiddetti “pied-à-terre”: appartamenti spesso vuoti per gran parte dell’anno, posseduti da miliardari che risiedono stabilmente fuori città o addirittura fuori dagli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato, come spiegato dalla governatrice Hochul, è far sì che chi trae beneficio dai servizi e dall’apprezzamento immobiliare della metropoli (dalla metropolitana ai parchi, fino alla sicurezza) contribuisca equamente al suo mantenimento, senza gravare sui cittadini comuni.
Numeri da capogiro e reazioni politiche
L’impatto fiscale previsto è notevole: si parla di un introito ricorrente di almeno 500 milioni di dollari all’anno, fondamentali per tappare una falla di bilancio cittadino che supera i 5 miliardi. Mamdani, in un video pubblicato sui social diventato virale in queste ore, ha spiegato che il gettito sarà destinato a politiche per l’infanzia e alla manutenzione urbana, ribadendo il concetto che “tutti devono fare la loro parte, e alcuni un po’ più di altri”. Naturalmente, non sono mancate le reazioni critiche. Il presidente Donald Trump, che risiede stabilmente in Florida, ha attaccato duramente la misura sui social definendola “devastante” e accusando il sindaco di voler “distruggere New York” con una politica basata solo su nuove tasse. Se la norma dovesse passare senza modifiche, lo stesso tycoon — proprietario di prestigiosi immobili sulla Fifth Avenue — potrebbe rientrare tra i contribuenti colpiti dalla nuova sovrattassa. Anche il settore immobiliare, attraverso il Real Estate Board of New York, ha già fatto sentire la propria voce contraria, sostenendo che la tassa ridurrà il valore delle proprietà e allontanerà gli investitori.
Il paradosso milanese tra attrattività e diritti
Tornando al contesto italiano, le parole di Sala evidenziano una tensione strutturale comune a tutte le grandi città globali. Da un lato, c’è la necessità di attrarre capitali esteri e investimenti per mantenere standard competitivi elevati; dall’altro, la pressione che questi stessi capitali esercitano sul mercato immobiliare, espellendo progressivamente la classe media dal centro. L’amministrazione milanese, pur non disponendo degli stessi margini di autonomia impositiva dei colleghi statunitensi (le leve fiscali locali in Italia sono molto più limitate), sembra dunque osservare con interesse l’esperimento newyorkese. Resta da vedere se questa “invidia fiscale” dichiarata da Sala si tradurrà in atti concreti sul fronte della lotta agli affitti brevi o delle addizionali comunali, in un momento storico in cui la giunta cerca di bilanciare la vocazione finanziaria della città con le istanze sociali che emergono dai territori più periferici.




