La manovra non cura la sanità, aumentano le disparità Nord-Sud

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Lo sciopero indetto dalla Cgil per il prossimo venerdì nel settore sanitario, un gesto non isolato ma sintomo di un malessere profondo, va a intersecarsi con un quadro nazionale dai tratti sempre più marcati, quasi scolpiti dall’inevitabile confronto con i dati. Il sistema, come denunciato dal sindacato, appare infatti logorato da un definanziamento progressivo e da spinte verso una privatizzazione che, lungi dall’essere un correttivo, rischia di acuire quelle disuguaglianze territoriali divenute ormai strutturali. Un’analisi, questa, che trova un riscontro puntuale, se non addirittura una conferma ufficiale, nella relazione presentata dall’Agenas al ministero della Salute, la quale fotografa senza veli le profonde crepe che attraversano l’assistenza ospedaliera italiana.

Un Paese diviso in due, non solo nelle graduatorie

Il Programma nazionale esiti, strumento prezioso per misurare la qualità delle cure, disegna una geografia della salute dove il Meridione sconta un ritardo che assume i contorni di una vera e propria emergenza. Se è vero che quindici strutture ospedaliere, su tutto il territorio nazionale, sono riuscite a distinguersi raggiungendo un livello “alto o molto alto” in almeno sei aree cliniche su otto esaminate – dalla chirurgia oncologica a quella cardiocircolatoria –, è altrettanto innegabile che il peso dei “rimandati” grava in modo sproporzionato sul Sud. La Campania, in particolare, detiene un primato negativo che la vede avere ben cinquantuno ospedali sottoposti a revisione per i criteri di qualità, un numero che rappresenta il dato più alto in Italia e che fa da contraltare amaro alle poche, seppur luminose, eccellenze presenti nella stessa regione.

Le eccellenze sopravvivono, non bastano

Tra queste, spicca il Policlinico Federico II di Napoli, entrato a pieno Titolo nella ristretta cerchia delle quindici migliori strutture del Paese, un faro in un panorama regionale descritto, non a caso, in “chiaroscuro”. Allo stesso modo, al Nord, una fondazione come la Poliambulanza di Brescia si conferma tra i vertici nazionali, ottenendo per la chirurgia oncologica un giudizio di qualità “molto alta”. Questi casi, tuttavia, per quanto meritevoli e incoraggianti, appaiono come isole in un mare in tempesta, incapaci di compensare il dato generale secondo il quale due ospedali su dieci in Italia necessitano di un intervento correttivo, con una concentrazione preoccupante nelle regioni meridionali. La situazione, del resto, viene definita “pesante” dagli stessi analisti, i quali registrano sì dei miglioramenti per cinque strutture campane rispetto all’anno precedente, ma in un contesto così deteriorato da rendere quei progressi quasi simbolici.

I dati come termometro di una crisi sistemica

Quello che emerge, insomma, è un servizio sanitario nazionale che procede a due velocità, dove la forbice tra Nord e Sud non accenna a chiudersi e dove l’eccellenza, pur esistendo, rischia di diventare un privilegio territoriale più che un obiettivo uniformemente perseguibile. I centosettantasette ospedali segnalati per una revisione, con la Campania in testa a questa sgradevole classifica, raccontano di criticità che vanno ben al di là della gestione del singolo presidio, investendo scelte politiche e allocazione delle risorse. La manovra economica, stando alle proteste sindacali, non sembra porre rimedio a queste derive, lasciando che le disparità si consolidino e che il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, assuma connotazioni diverse a seconda della latitudine in cui ci si trova a vivere, o ammalare.

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