Ebola, l’Uganda dichiara la fine dell’epidemia: “Ora il Paese è ufficialmente libero dal virus”
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Redazione Salute
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L’Uganda è ufficialmente libera dall’Ebola. Ad annunciarlo è il Ministero della Salute ugandese, che ha dichiarato conclusa l’epidemia del 2026 dopo il completamento dei 42 giorni di sorveglianza previsti dai protocolli internazionali, senza che fossero registrati nuovi casi. La dichiarazione arriva a sei settimane dalla dimissione dell’ultimo paziente ugandese contagiato localmente, avvenuta il 16 giugno.
Un'epidemia importata e subito contenuta
Il focolaio, dichiarato a metà maggio in seguito all’importazione di casi dalla vicina Repubblica Democratica del Congo, si è chiuso con un bilancio che fa riflettere se paragonato alla situazione oltre confine. In Uganda, i casi confermati sono stati 20, con due decessi e ben 18 guarigioni.
Numeri che assumono un peso specifico ancora maggiore se confrontati con quelli della Repubblica Democratica del Congo, dove l’epidemia, causata dallo stesso ceppo Bundibugyo, ha continuato ad allargarsi in modo drammatico, con migliaia di contagi e un numero di vittime che ha superato quota 1.000.
La ricetta del successo: preparazione e sequenziamento
La gestione dell’emergenza da parte di Kampala è stata elogiata a livello internazionale e il merito è stato attribuito agli ingenti investimenti fatti negli anni per costruire sistemi sanitari resilienti. L’aver evitato il collasso del sistema e il basso tasso di mortalità, inferiore al 10%, non sono stati frutto del caso, ma il risultato di una strategia che ha puntato sulla prevenzione e su tecnologie moderne come il sequenziamento genomico, che hanno permesso di identificare e tracciare il virus in tempo reale.
Un modello per l'Africa, di fronte alla polveriera del Congo
Mentre in Uganda si festeggiava la fine dell’incubo, le immagini che arrivavano dall’est della Repubblica Democratica del Congo raccontavano una storia ben diversa. La vicinanza geografica e le rotte di spostamento della popolazione, in un’area già martoriata da conflitti e instabilità politica, hanno reso il contenimento del virus estremamente difficile, trasformando il focolaio in quella che è stata definita una "polveriera".
Le autorità congolesi, con il supporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno dovuto fare i conti con la trasmissione comunitaria e le difficoltà nel tracciamento dei contatti, mentre l’Uganda, chiudendo i confini e attuando una rigorosa sorveglianza, è riuscita a interrompere la catena di trasmissione.
I 42 giorni che hanno decretato la fine del focolaio
La dichiarazione di fine epidemia è arrivata solo dopo aver completato il periodo di monitoraggio di 42 giorni, iniziato a metà giugno con la dimissione dell’ultimo paziente, un cittadino congolese curato a Kampala. Un periodo di silenzio epidemiologico che, secondo le regole dell’OMS, è l’unico parametro che certifica la definitiva sconfitta del virus.
Il Governo di Kampala ha così potuto rassicurare la comunità internazionale sulla piena sicurezza del Paese, dimostrando come, a volte, la distanza tra un focolaio contenuto e una catastrofe sanitaria dipenda non dal virus, ma dalla velocità e dall’efficacia della risposta di uno Stato.
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