Le città di pianura, il piccolo film che ha spazzato via i favori di Sorrentino ai David di Donatello
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’era una sensazione, sottotraccia, quasi un presagio che serpeggiava tra i pochi che avevano avuto la fortuna – o l’ostinazione – di cercarlo; e quel presagio, venerdì sera, si è trasformato in un terremoto silenzioso. “Le città di pianura”, opera di Francesco Sossai, ha ribaltato ogni pronostico della 71ª edizione dei David di Donatello, portandosi a casa otto statuette su sedici nomination. Un risultato che, per chi segue le dinamiche del nostro cinema, ha il sapore amaro della lezione: Paolo Sorrentino, il cui “La Grazia” partiva con quattordici candidature, è uscito dalla kermesse a mani vuote. Nessuna rivincita, nessun premio di consolazione. Un verdetto secco, quasi chirurgico.
L’ascesa silenziosa di un fenomeno da 270 mila spettatori
Distribuito da una casa indipendente – una scelta che già di per sé ne delineava il profilo da “outsider” – il film era uscito in sala lo scorso ottobre con un battage pubblicitario ridotto all’osso, quasi in sordina. Eppure, lentamente, bicchiere dopo bicchiere come si riempie un calice di vino rosso in una trattoria di provincia, ha costruito un seguito di 270 mila spettatori. Il motore di questa scalata? Esclusivamente il passaparola, quella forma antica eppure potentissima di promozione che nessuna piattaforma algoritmica è ancora riuscita a replicare del tutto. Nessun kolossal, nessun effetto speciale: solo la cronaca intima di un’Italia dei perdenti, di quelle esistenze laterali che di solito nessuno si sogna nemmeno di inquadrare.
Il trionfo degli outsider: la lezione di Bologna e la canzone vincente
A guardare bene i nomi dietro le quinte, la vittoria assume i contorni di una rivincita generazionale e geografica. Tra i protagonisti assoluti spicca l’etichetta indipendente bolognese Maple Death Records, quella che ha curato la colonna sonora del film. Ne fa parte fin dagli inizi Krano, l’artista veneto che ha firmato “Ti”, il brano premiato come migliore canzone originale. Una piccola casa discografica di provincia, lontana anni luce dalle logiche delle major, che si è ritrovata sul palco più importante del cinema italiano. Il legame tra musica e narrazione, in questo caso, non è stato un semplice contorno: è diventato la spina dorsale emotiva di un’opera che parla di esistenze ai margini.
Il ritorno in sala del film fenomeno
Forti di quella valanga di riconoscimenti – miglior film, miglior regia a Sossai e altri sei premi che hanno spazzato via gran parte delle categorie tecniche e artistiche – “Le città di pianura” si prepara a tornare nelle sale cinematografiche nel prossimo weekend. Una replica postuma, certo, ma carica di una curiosità nuova: quella del pubblico che non l’aveva visto la prima volta e ora, spinto dal verdetto dei David, vuole capire dove si annidi tanta potenza. Gli stessi produttori, si racconta senza entrare in dettagli superflui, avevano faticato a trovare una distribuzione capillare. Ora quelle stesse sale che avevano snobbato il titolo si affrettano a recuperare il programma.
Una curiosità, infine, riguarda le reazioni interne: Rai Cinema, che aveva coprodotto il film, ha incassato undici David complessivi grazie ai vari titoli in concorso. Ma quello che resterà negli annali di questa edizione non è il numero complessivo, quanto la modalità dello scarto. Sorrentino, il favorito per definizione, il regista che con la sua messa in scena iperbarocca ha segnato un’epoca, si è ritrovato spiazzato da un’opera minimale, quasi etnografica. Nessuno, ovviamente, ha ancora parlato di “svolta epocale” per il nostro cinema. E forse è meglio così. Perché a volte le rivoluzioni, in questo Paese, arrivano in punta di piedi, in bicicletta, lungo le strade diritte e malinconiche delle città di pianura.




