La maturità sotto accusa: studenti in protesta e il sistema che vacilla
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La vicenda di Gianmaria Favaretto, lo studente padovano che ha rifiutato di sostenere l’orale dell’esame di Stato ma è stato comunque promosso con 62 centesimi, ha riacceso il dibattito sull’efficacia e l’equità della maturità. Un caso che, seppur perfettamente legale, mette in luce le contraddizioni di un sistema che premia chi rinuncia a una delle prove fondamentali, sollevando domande sul peso effettivo del colloquio finale.
Non è il solo: durante la maturità 2024/2025, altri studenti hanno scelto la stessa strada, rifiutando l’orale per protesta e ottenendo comunque il diploma grazie ai crediti accumulati e ai voti degli scritti. Una scelta che ha diviso l’opinione pubblica, tra chi la considera un gesto legittimo di dissenso e chi, come Vittorio Feltri, la bolla come «stupidità». Il direttore, noto per le sue posizioni nette, non ha usato mezzi termini nel criticare chi rinuncia volontariamente a una prova che, a suo dire, resta un passaggio cruciale nella carriera scolastica.
Diverso, ma ugualmente significativo, è il caso di Pietro Marconcini, il diciannovenne romano che ha chiesto al ministro Valditara di abbassargli il voto da 83 a 60. «Non è solo idealismo», ha spiegato lo studente, citando Gramsci e sottolineando come la sua protesta nasca da un disagio concreto: «A scuola si vivono crisi nervose, e io stesso studierò psicologia per capirne di più». Una presa di posizione che va oltre il simbolo, denunciando un malessere diffuso tra i ragazzi, strette tra ansia da prestazione e un sistema che spesso sembra valutare più i numeri che le competenze.
Ma a cosa serve davvero il voto di maturità? In Italia, il suo peso è limitato: conta poco per l’ingresso nel mondo del lavoro, mentre all’estero – soprattutto in atenei prestigiosi – può fare la differenza. Eppure, il dibattito resta aperto: se da un lato c’è chi, come il professor Ficara, propone un esame più equo, dall’altro emergono sempre più voci di studenti che contestano non solo i metodi di valutazione, ma il senso stesso di una prova che, in alcuni casi, sembra aver smarrito la sua funzione formativa.




