L’Italia e quel primato europeo delle auto: 700 vetture ogni mille abitanti secondo l’Istat
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Redazione Economia
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L’Italia, come emerge dalle ultime analisi diffuse dall’Istat, si conferma ai vertici delle classifiche europee per un primato che, a ben vedere, è un’arma a doppio taglio: il tasso di motorizzazione. Con circa 701 autovetture ogni mille residenti – dato che sale ulteriormente se si considerano le fluttuazioni dei diversi registri regionali – il nostro Paese supera ampiamente la media dell’Unione Europea, ferma a 578 unità, e lascia indietro colossi dell’automotive come Germania e Francia, le cui percentuali si aggirano rispettivamente intorno al 590 e al 579 per mille abitanti. Una fotografia quella scattata dall’istituto di statistica nel report “Lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni” che racconta, in filigrana, un’evoluzione infrastrutturale segnata dal boom del secondo dopoguerra.
Dall’auto simbolo del benessere alla necessità quotidiana
Per comprendere la portata di questo fenomeno, occorre tornare indietro di oltre mezzo secolo: nel corso del decennio magico compreso tra il 1961 e il 1971, quando il miracolo economico italiano trasformò radicalmente i costumi sociali, le automobili iscritte al Pubblico registro automobilistico (Pra) balzarono da meno di 50 a oltre 200 esemplari ogni mille abitanti. All’epoca, la vettura rappresentava – come ricorda il rapporto – il “simbolo del benessere economico” per eccellenza, un oggetto del desiderio che ha progressivamente scalzato la preponderanza delle due ruote o dei mezzi pubblici. Oggi, a distanza di sessant’anni, quella tendenza non solo non si è invertita, ma ha subito un’accelerazione impressionante, passando dai 500 veicoli del 1991 agli attuali 701, consolidando così una dipendenza strutturale dalla mobilità privata che non trova eguali nel resto del continente.
Le disparità territoriali e l’anzianità del parco circolante
Tuttavia, leggere i numeri in chiave puramente aggregata rischierebbe di nascondere le profonde cesure che attraversano la Penisola. Se si osservano i dati disaggregati su base provinciale, emerge infatti un’Italia a due velocità: nei grandi centri metropolitani del Nord, dove l’offerta di trasporto pubblico offre in media 7.590 posti-chilometro per abitante, il tasso di motorizzazione scende drasticamente (si pensi a Venezia, fanalino di coda con sole 460 auto ogni mille residenti). All’estremo opposto, invece, si collocano realtà come Frosinone o le province del Sud, dove l’assenza di valide alternative obbliga quasi all’uso della quattroruote; Catania, per fare un esempio, tocca quota 824 vetture per mille abitanti, un valore che trasforma l’auto da optional a bene di prima necessità. A complicare ulteriormente il quadro, c’è poi la questione dell’età media di questi mezzi: si stima che almeno un quarto del parco auto abbia superato i vent’anni di età, un dato che incide pesantemente non solo sulla sicurezza stradale ma anche sulla transizione ecologica, dato che solo una frazione minoritaria delle nuove immatricolazioni riguarda auto a basse emissioni.
La strada come sfida infrastrutturale e sociale
Dietro questi numeri, insomma, si cela la cronaca di un Paese che ha costruito la propria geografia quotidiana attorno all’asfalto. Dai 2.500 chilometri di ferrovie dell’Unità d’Italia, si è passati a una rete complessa di autostrade e superstrade, pur senza che questa evoluzione riuscisse a scalfire il predominio dell’auto privata. Non si tratta, lo si ribadisce, di una semplice curiosità statistica: il confronto con gli altri grandi Paesi europei è impietoso. Mentre in Francia e Spagna il possesso di un mezzo si attesta su percentuali vicine al 60% della popolazione, nel nostro Paese ben sette cittadini su dieci possiedono un’automobile. Un primato, quello italiano, che conferma l’urgenza di una riflessione profonda sull’equilibrio tra sviluppo dei trasporti collettivi e persistente centralità del motore personale, laddove la necessità di muoversi – spesso in mezzi vetusti e inefficienti – finisce per dettare legge.
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