Trump e la dottrina "America Only": il disimpegno Usa che ridefinisce l'Occidente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Se un margine di ambiguità, nei primi mesi, poteva ancora nutrire speranze o illusioni, la pubblicazione ufficiale della nuova strategia di sicurezza nazionale statunitense ha dissipato ogni residuo dubbio. Il documento, che reca la firma del presidente Donald Trump, non si limita a codificare una politica estera già intuita dalle mosse precedenti: la porta a un'estremizzazione senza precedenti, trasformando lo slogan "America First" in un perentorio "America Only". Quella che emerge, nelle sue pagine, è una radicale filosofia di disimpegno globale, una dichiarazione di autosufficienza che, nel suo sviluppo logico, mette in discussione decenni di alleanze strategiche, a cominciare proprio dai vincoli atlantici. L'Europa, in particolare, si trova a essere il bersaglio privilegiato di una retorica ostile che, partendo dalla massima carica dello Stato e dal suo vice, si è dispiegata in una costante opera di denigrazione.

L'insulto come specchio di una relazione malata

Quando gli attacchi verbali, spesso gratuiti e volgari, diventano la cifra di un dialogo tra partner storici, la questione cruciale non risiede nel merito delle offese o nelle possibili contromisure diplomatiche. L'interrogativo profondo, piuttosto, riguarda il motivo per il quale una leadership che proclama di volersi concentrare esclusivamente sulle questioni domestiche sprechi tante energie nell'umiliare nazioni lontane. Quel che ne deriva, al di là delle parole, è la percezione netta che l'America che l'Europa ha conosciuto – un baluardo, pur con tutte le sue contraddizioni innegabili, di un certo ordine democratico e di sicurezza collettiva – non esista più. Il documento della Casa Bianca, per quanto titolato in modo convenzionale, è la certificazione di questa frattura: ciò che vi si legge, del resto, conferma le peggiori aspettative di chi, nei nove mesi di questa amministrazione, ne ha osservato l'operato.

La tentazione europea dell'alibi

Di fronte a uno scenario così marcato, la risposta più immediata, e forse psicologicamente comprensibile, consisterebbe nell'attribuire l'intera responsabilità della crisi alla personalità unica di Trump, coltivando l'idea che, con la sua eventuale scomparsa dalla scena, tutto possa magicamente ritornare alla normalità. Si tratta, tuttavia, di un'illusione pericolosa, perché rischia di trasformare il presidente americano nell'alibi perfetto per un continente che, così facendo, può comodamente vestire i panni della vittima e distogliere lo sguardo dalle proprie vulnerabilità. Niente, va chiarito, intende sminuire la portata del ciclone politico in atto o la sua tracotanza: la discontinuità con il passato è talmente evidente da non richiedere ulteriori sottolineature. Il punto è un altro e chiama in causa le fondamenta stesse del modello europeo.

Le radici di una dipendenza strutturale

La vera ragione per cui l'Europa fatica a concepire una linea autonoma e coesa, restando imbrigliata in una dinamica di sudditanza e risentimento, non è riconducibile soltanto alla retorica della Casa Bianca. Essa affonda le sue radici in una connaturata debolezza strategica e, soprattutto, in un'assoluta priorità data agli interessi economici e finanziari di breve periodo. Il culto del capitale, con i suoi flussi e le sue logiche spesso slegate da ogni visione geopolitica di lungo termine, ha creato una serie di interdipendenze e di vulnerabilità che ora si rivelano in tutta la loro drammaticità. Mentre le inchieste giudiziarie su casi di cronaca nera – si pensi a certi intrecci tra affari e politica – continuano a dipanarsi nelle aule dei tribunali, dimostrando la permeabilità dei sistemi a logiche opache, la struttura stessa del continente appare poco preparata a resistere a un vero shock geopolitico. La sfida, quindi, non è solo resistere agli insulti, ma iniziare un faticoso percorso per colmare quelle lacune strutturali che rendono possibile una simile esposizione.

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