L’arroganza di Trump scuote l’Europa, tra rischi globali e chat pericolose

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Parafrasando una canzone degli anni ottanta, ci si chiede cosa resterà di questa settimana di Davos, dove il ballo, un tempo quello di Reagan e Gorbačëv, oggi è diventato un tragico rondò di incertezze. Il Rapporto del World Economic Forum, che indica come oltre la metà degli esperti preveda scenari catastrofici a causa di tensioni geopolitiche e crisi climatica, fa infatti da cupo sottofondo a una domanda più immediata: cosa farà l’Ue per non finire nel menu della Casa Bianca, ora che Donald Trump è di nuovo presidente degli Stati Uniti? Se i funzionari di Bruxelles, i quali hanno suggerito una maggiore indipendenza strategica, talvolta appaiono ottimisti, lo stesso non si può affermare per i capi di Stato e di governo, alcuni dei quali mostrano una preoccupazione palpabile.

Le reazioni dei leader e un simbolico richiamo vichingo

Prima del vertice tra i Ventisette, ad esempio, il primo ministro polacco ha dichiarato senza mezzi termini che la fiducia è stata il fondamento storico del rapporto transatlantico, sottolineando come il rispetto per la leadership americana non possa essere dato per scontato. Un’ansia che, del resto, trova una rappresentazione quasi grottesca nella copertina del settimanale tedesco Der Spiegel, la quale ritrae alcuni leader europei in armature vichinghe contro i ghiacci della Groenlandia. Quell’immagine, al di là del suo intento satirico, ben riflette gli umori di una settimana che, con il caso Groenlandia, ha segnato una storica cesura nella percezione della sicurezza continentale, evidenziando una vulnerabilità che va ben oltre le mere dichiarazioni di principio.

I pericoli della diplomazia in chat e il vuoto normativo

A complicare ulteriormente il quadro, accanto alle macro-minacce sistemiche, si pongono rischi più sottili ma non per questo meno insidiosi, legati alla quotidianità della comunicazione politica. L’ultimo caso che coinvolge il cosiddetto Washington Group, infatti, ha riportato alla luce il problema endemico dell’uso di applicazioni di messaggistica non sicure per trattare affari di Stato. Un analista del governo italiano ha chiarito che nel Paese non esiste alcuna regola che autorizzi l’installazione di tali app sui telefoni di servizio, con la conseguenza che quasi tutti gli operatori utilizzano lo smartphone privato, esponendo di fatto informazioni sensibili a potenziali intercettazioni. Una pratica, questa, che molti definiscono una negligenza istituzionalizzata e che rappresenta un capitolo inquietante della cronaca nera delle inchieste giudiziarie, dove spesso riemergono loghi di chat come prove decisive.

Un futuro incerto tra disinformazione e intelligenza artificiale

A questi pericoli concreti si sommano, come delineato a Davos, le insidie derivanti dalla disinformazione e dallo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale, fattori che alimentano la polarizzazione sociale e minano la stabilità democratica. La sensazione generale, quindi, è che l’Europa si trovi a dover ballare su più palcoscenici contemporaneamente: da un lato c’è la necessità di ridefinire, in solitudine, il proprio rapporto con un alleato storico diventato imprevedibile; dall’altro, quella di proteggere i propri processi decisionali da intrusioni e manipolazioni, sanando vulnerabilità operative che sembrano appartenere a un’altra epoca. Sono molti, insomma, gli anni che appaiono “bucati e distratti”, per riprendere i versi della canzone, in un contesto globale dove le singole metà faticano a ricomporsi in un insieme coerente e sicuro.

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